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La tribù della mia strada

Immagine del redattore: Patricia Cirillo
Patricia Cirillo
13 ore fa
Tempo di lettura: 10 min
La sicurezza di una città non dipende soltanto dalle sue strade, dalle telecamere di sorveglianza o dalle pattuglie della polizia. Si costruisce anche attraverso i legami quotidiani, gli spazi condivisi e la capacità dei suoi abitanti di trasformare il territorio.
La tribù della mia strada
La tribù della mia strada

Uno dei momenti più belli della giornata arriva al mattino presto, quando esco di casa con mio figlio. L’aria primaverile è ancora fresca, ma cerchiamo il lato soleggiato della strada e il corpo si riempie di quell’energia limpida che sentiamo quando, durante le vacanze, ci svegliamo presto e usciamo a fare una passeggiata. Camminiamo mano nella mano per due isolati fino alla scuola dell’infanzia.


In quel brevissimo tragitto si svolge una coreografia familiare. La custode del palazzo di via Terrero che lava il marciapiede con l’acqua; Néstor, che ci saluta con un sorriso enorme gridando «Ciao, Lolo!» mentre apre la sua ferramenta alle 8:45 — un negozio che esiste da più anni di quanti ne abbia io —; il signore che porta a spasso la sua cagnolina sempre allo stesso ritmo e lo spazzino del quartiere che ci augura una buona giornata. A volte incontriamo Joaquín e sua madre, che avevamo conosciuto al parco prima di scoprire che eravamo vicine di casa.


Quando lo accompagno alla scuola dell’infanzia, mi emoziona vedere la rete di relazioni che mio figlio, pur essendo così piccolo, sta già tessendo. I suoi amici e le sue amiche, le famiglie, le maestre e i bambini più grandi della scuola, che gli passano accanto e lo salutano battendo il cinque.


Qualche minuto dopo, mentre proseguo da sola verso il lavoro e attraverso il viale, mi capita spesso di chiedermi: perché percorrere quei pochi isolati mi trasmette tanta serenità? Perché mi sento a casa anche quando sono fuori?


La struttura del marciapiede


Una parte della risposta si trova nella struttura della città. Su quei marciapiedi, a quelle ore, succedono delle cose. Ci sono motivi per stare in strada: i negozi che aprono, le campanelle che annunciano l’ingresso a scuola, le persone che vanno al lavoro. Non mancano certo le ragioni per attraversare e vivere lo spazio pubblico.


Jane Jacobs diede un nome molto preciso a questo fenomeno nel suo libro Vita e morte delle grandi città, parlando degli «occhi sulla strada». Non si riferiva all’installazione di telecamere di sorveglianza né al riempire gli angoli delle strade di poliziotti, ma a quell’attenzione spontanea e quotidiana che nasce quando un marciapiede ha una vita propria. La custode, Néstor, lo spazzino o il signore che porta a spasso la sua cagnolina si trovano lì per ragioni completamente diverse, ma la loro presenza fa sì che lo spazio pubblico non sia un deserto da attraversare in solitudine.


Che cosa rende viva una strada? È qualcosa che si costruisce, si sostiene e si mantiene nel tempo. È importante che vi siano usi diversi — abitazioni, negozi, scuole, luoghi di incontro — perché attirano persone in momenti differenti della giornata. È importante che i percorsi pedonali siano continui, che gli attraversamenti siano facilmente comprensibili e che un grande viale, una ferrovia o un’autostrada non diventino barriere difficili da superare.


LABURO

Quando analizziamo gli ambienti urbani da un punto di vista tecnico — per esempio, quelli che circondano le scuole — possiamo osservare queste condizioni attraverso dimensioni concrete: l’accessibilità ai trasporti pubblici, i percorsi pedonali, la sicurezza, le barriere fisiche che interrompono o frammentano il tessuto urbano e la presenza di negozi e punti di riferimento per la comunità. Tutti questi elementi aiutano a comprendere quali condizioni materiali facilitino o limitino gli spostamenti quotidiani dei bambini e delle persone che li accompagnano.


E che cosa succede se pensiamo a una donna che cammina da sola di notte? La possibilità di muoversi liberamente dipende anche dall’ora, da chi percorre quella strada e dalle relazioni che si instaurano in quello spazio. Una strada frequentata non è necessariamente una strada sicura, ma la diversità delle attività, degli usi e delle persone può favorire le condizioni affinché chi la abita possa incontrarsi, riconoscersi e prendersi cura degli altri.


Tuttavia, una mappa delle condizioni fisiche permette di comprendere molto, ma non tutto. La mappa non è il territorio. Può indicare una ferramenta con la saracinesca affacciata sulla strada, ma non può registrare il fatto che Néstor ci saluta ogni mattina. Può mostrare dove si trovano una fermata dei mezzi pubblici o un centro sanitario, ma non basta per sapere a chi si rivolgerebbe una donna se si sentisse insicura tornando a casa.


La struttura materiale della città è una parte della risposta. Per comprendere fino in fondo perché mi sento a casa anche quando sono fuori, oltre a osservare la strada devo capire i legami tra le persone che la abitano.


Contro l'isolamento, tessere legami di cura


Conoscere le persone che abitano una strada non elimina i rischi, ma cambia il modo in cui attraversiamo il territorio e anche il modo in cui lo costruiamo. Durante un laboratorio di mappatura degli ambienti scolastici, una famiglia ha raccontato che, prima che il figlio di dieci anni iniziasse a tornare da solo da scuola, avevano percorso insieme il quartiere e individuato un negozio di riferimento per ogni isolato. Erano entrati, si erano presentati e avevano preso accordi con le persone che gestivano quelle attività. Imparare la strada significava anche imparare su chi poter contare lungo il percorso.


Questa esperienza dimostra che la cura non dipende soltanto dalle condizioni materiali di una strada né dalle decisioni individuali di chi la percorre. Si costruisce anche attraverso relazioni di fiducia, riconoscimento reciproco e responsabilità condivisa.


Eppure viviamo in un'epoca segnata dall'isolamento e dalle risposte individuali a problemi collettivi, una tendenza che la pandemia e le sue conseguenze hanno contribuito ad accentuare. Di fronte all'insicurezza, molte delle soluzioni proposte consistono nel chiudersi a chiave in casa, guardare il mondo attraverso uno schermo o ridurre al minimo la necessità di uscire e incontrare altre persone.


In questo ripiegamento, la vita collettiva si indebolisce progressivamente. Cominciamo a credere che la cura sia una merce da acquistare oppure un peso che le donne devono sostenere tra le mura domestiche, da sole. Dimentichiamo che la cura è anche un legame sociale attivo, che si tesse giorno dopo giorno e si sostiene nel territorio.


Questo non significa che le reti comunitarie possano sostituirsi alle responsabilità dello Stato né risolvere da sole i problemi di insicurezza. Significa riconoscere che anche le relazioni tra coloro che condividono un territorio fanno parte delle condizioni che permettono di abitarlo liberamente.


Cartografia controegemonica


A scuola abbiamo imparato a leggere le mappe come rappresentazioni oggettive dello spazio, strumenti tecnici che servono a localizzare luoghi, tracciare percorsi e delimitare confini. Eppure le mappe non sono neutrali. Dietro ogni rappresentazione ci sono decisioni su cosa mostrare, cosa escludere e quali informazioni considerare rilevanti.


Il territorio non è soltanto una superficie sulla quale si distribuiscono strade, edifici e spazi verdi. È anche una costruzione sociale attraversata da rapporti di potere, conflitti, memorie ed esperienze. Le mappe rappresentano questa realtà, ma possono anche intervenire su di essa.


BIEN RESTITUIDO

Per questo, quando le organizzazioni sociali riconoscono di possedere conoscenze preziose sui luoghi che abitano, la cartografia può diventare uno strumento controegemonico. Non si tratta più soltanto di rappresentare il territorio da una prospettiva tecnica o istituzionale, ma di incorporare le esperienze di chi lo attraversa, lo utilizza e lo trasforma quotidianamente.


Il geografo francese Yves Lacoste ha contribuito a mettere in discussione la presunta neutralità del sapere geografico e a evidenziarne la dimensione politica. Riflettere sullo spazio significa anche comprendere i rapporti di potere che lo organizzano e le possibilità di intervenire su di essi.


Le attività di mappatura partecipativa permettono di tradurre questa prospettiva in pratica. Sono occasioni in cui ci sediamo insieme agli abitanti del quartiere, ai bambini e alle bambine e alle organizzazioni, per portare sulla carta i corpi, la memoria e il territorio, trasformando le esperienze personali in una diagnosi condivisa.


Quando bambini, bambine e adulti segnano su una mappa i luoghi in cui si sentono protetti, gli angoli delle strade che evitano o gli spazi di cui hanno bisogno per giocare, trasformano gli avvertimenti ricevuti in famiglia e le paure individuali in una voce collettiva. Smettono di essere semplici osservatori per rivendicare insieme il modo in cui desiderano abitare il proprio territorio.


Nella Cooperativa Geografica Cambalache cerchiamo di compiere un passo ulteriore, incrociando questi racconti e disegni con il rigore dei Sistemi Informativi Geografici (GIS). Digitalizziamo questi livelli di esperienza affinché le conoscenze costruite dalle comunità possano dialogare con le informazioni ufficiali, tecniche e istituzionali.


Un percorso scolastico che le statistiche considerano accessibile può presentare ostacoli conosciuti soltanto da chi lo attraversa ogni giorno. Una piazza può comparire come spazio verde nei registri pubblici e, tuttavia, essere percepita come un luogo insicuro dalle famiglie del quartiere. Un angolo di strada può sembrare irrilevante su una pianta e rappresentare invece un punto fondamentale di incontro e di cura per i suoi abitanti.


Incorporare queste conoscenze permette di elaborare diagnosi più complete e di sostenere con elementi concreti le rivendicazioni relative alle condizioni dello spazio pubblico. La mappa smette di essere esclusivamente uno strumento di rappresentazione o di controllo esercitato dall'esterno e può diventare uno strumento di organizzazione comunitaria, un documento che rende visibili i problemi, identifica le risorse e attribuisce coordinate geografiche alle rivendicazioni collettive. Conoscere il proprio territorio, produrre informazioni e condividerle è anche un modo per difenderlo.


Contro il disincanto e l'abbandono. Il nostro diritto alla città


Quando lo Stato smette di garantire i diritti e di sostenere politiche pubbliche integrate, lo spazio pubblico non rimane semplicemente vuoto. Le condizioni di abbandono e disuguaglianza possono favorire l'espansione di diverse forme di violenza e di controllo del territorio.


In molti quartieri, le organizzazioni criminali approfittano di queste condizioni per imporre regole, controllare le attività economiche, limitare la libertà di movimento delle persone e instaurare meccanismi di intimidazione. A volte questo dominio si manifesta attraverso forme di violenza visibili. Altre volte, attraverso minacce, silenzi e confini che gli abitanti imparano a riconoscere senza che siano scritti da nessuna parte.


Ma la criminalità organizzata non cresce soltanto dove lo Stato è assente. Può svilupparsi anche attraverso rapporti di corruzione, complicità istituzionali e legami con attori economici che ne agevolano le attività. Per questo, restituire alle comunità la capacità di abitare i propri territori richiede molto più di un aumento della presenza delle forze di polizia.


L'appropriazione criminale dello spazio pubblico incide sulla vita quotidiana di chi lo abita. Una strada può continuare ad avere negozi aperti, persone che la percorrono e vicini che si conoscono, ma le relazioni che un tempo favorivano l'incontro possono essere condizionate dalla paura e dalla sorveglianza imposta da altri attori. La presenza di persone, da sola, non garantisce la sicurezza. Conta anche chi stabilisce le regole, chi può circolare liberamente e chi ha il potere di decidere come utilizzare lo spazio.


Crónicas antimafia

Esiste inoltre un altro processo di ripiegamento, meno visibile ma altrettanto significativo: quello di una città pianificata sempre più in funzione della speculazione immobiliare, della rapidità degli spostamenti e della redditività economica, dove gli spazi di incontro perdono terreno di fronte alle esigenze del mercato.


In entrambi i casi, sebbene attraverso meccanismi differenti, si restringono le possibilità di appropriazione collettiva dello spazio urbano.


Silvia Federici, nelle sue riflessioni sulla costruzione dei beni comuni e sulla necessità di reincantare il mondo, propone di recuperare forme di organizzazione sociale capaci di contrastare la mercificazione della vita e ricostruire i legami comunitari. Da questa prospettiva, la cura non può essere ridotta a una responsabilità individuale né a un servizio che si compra e si vende: richiede anche spazi, risorse e relazioni sostenuti collettivamente.


Di fronte all'insicurezza, le risposte dello Stato tendono spesso a concentrarsi sull'aumento della sorveglianza, sull'installazione di telecamere o sull'impiego di un maggior numero di forze di polizia. Questi interventi possono svolgere specifiche funzioni di prevenzione e protezione, ma risultano insufficienti quando non sono accompagnati da politiche capaci di trasformare le condizioni sociali e urbane che favoriscono la violenza e l'esclusione.


La sicurezza non si costruisce soltanto attraverso il controllo del territorio, ma anche garantendo che i suoi abitanti possano esercitare i propri diritti al suo interno. Questo richiede uno Stato presente, capace di indagare e contrastare le attività criminali, ma anche di garantire infrastrutture di base, spazi pubblici accessibili, servizi, opportunità e condizioni favorevoli allo sviluppo della vita comunitaria. Non si tratta di scegliere tra sicurezza e cura. Si tratta di comprendere che una politica di sicurezza che ignori le relazioni sociali e le condizioni materiali dei territori difficilmente potrà offrire risposte durature.


Esercitare il diritto alla città, formulato originariamente da Henri Lefebvre e successivamente sviluppato da David Harvey, significa molto più che accedere individualmente alle risorse offerte dalla vita urbana. Significa riconoscere la capacità collettiva di chi abita una città di intervenire sulla sua organizzazione e di trasformarla. Questo diritto richiede decisioni politiche concrete.


La progettazione urbana deve tenere conto della diversità delle persone che abitano il territorio. Le strade non possono essere ridotte a semplici corridoi di transito: devono offrire anche spazi in cui fermarsi, incontrarsi e socializzare. A volte, tutto questo comincia da qualcosa di elementare come installare panchine lungo un marciapiede, garantire un'illuminazione adeguata o realizzare percorsi accessibili.


È inoltre necessario riconoscere e rafforzare le reti comunitarie esistenti. I percorsi sicuri casa-scuola, i negozi di riferimento e le organizzazioni di quartiere possono diventare parte di politiche pubbliche che promuovano la cura collettiva, senza trasferire alle comunità responsabilità che spettano allo Stato.


Infine, la partecipazione di chi abita i territori deve smettere di essere un momento meramente consultivo. I bambini e le bambine, le donne, le persone con diverse identità di genere e la cittadinanza nel suo insieme devono poter disporre di strumenti effettivi per intervenire nell'analisi dei problemi, nella pianificazione e nella trasformazione dei propri quartieri.


Chi attraversa quotidianamente una città conosce problemi, necessità e possibilità che spesso non compaiono nei dati tecnici. Incorporare questi saperi non significa rinunciare alle conoscenze specialistiche, ma riconoscere che la pianificazione urbana può arricchirsi quando viene costruita collettivamente.


Dobbiamo diffondere la consapevolezza che abbiamo diritto alla città. Un diritto che non si esaurisce nell'utilizzo delle sue strade, piazze e servizi, ma comprende anche la possibilità di decidere come vogliamo viverci. Si tratta di tornare a guardare la strada non soltanto come una minaccia dalla quale dobbiamo proteggerci, ma come un territorio comune in cui possiamo incontrarci, prenderci cura gli uni degli altri e organizzarci per trasformare le nostre condizioni di vita.


Quando torno dal lavoro, attraverso di nuovo il viale e percorro quei due isolati. Non sono più soltanto il tragitto del mattino: sono anche una piccola misura della città che desidero.


Non perché lì non esistano rischi, né perché i legami siano sufficienti a risolvere ogni problema, ma perché su quei marciapiedi si manifesta la possibilità di incontrarci e prenderci cura gli uni degli altri.


Forse la tribù della mia strada non ha bisogno di scriverlo su un muro: lo scrive, giorno dopo giorno, nei saluti, nelle porte che si aprono e nei luoghi in cui possiamo fermarci.

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