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Architettura, territorio e reti dell’illegalità

Immagine del redattore: Gabriela M Gonzalez & Anabela Roitman
Gabriela M Gonzalez & Anabela Roitman
1 giorno fa
Tempo di lettura: 8 min
Strumenti dell’urbanistica femminista di fronte alla precarizzazione del suolo e alla violenza territoriale.
Architettura, territorio e reti dell’illegalità
Architettura, territorio e reti dell’illegalità

L’architettura e l’urbanistica come progetto politico


Di fronte alle concezioni egemoniche che pretendono di ridurre l’architettura e la pianificazione urbana a un esercizio puramente tecnico, o agli approcci che cercano di affrontare l’insicurezza territoriale esclusivamente attraverso il dispiegamento delle forze di polizia, assumiamo la disciplina urbanistica come una presa di posizione politica ineludibile. Lo spazio urbano non è un supporto asettico; è la traduzione fisica dei rapporti di potere, di genere e di classe che attraversano la società. Chi produce e pensa la città constata quotidianamente come la pretesa di neutralità nella progettazione e nella gestione del territorio abbia storicamente operato come uno schermo capace di rendere invisibili profonde disuguaglianze.


Nelle periferie metropolitane, il problema dell’insicurezza e l’avanzata delle reti dell’illegalità non costituiscono un fenomeno isolato né una mera questione di ordine pubblico. Sono il risultato diretto di processi cumulativi di segregazione socio-spaziale, abbandono dello spazio comune e deregolamentazione delle forme di accesso alla terra e all’abitazione. Pretendere di affrontare la violenza urbana unicamente attraverso approcci punitivi — con più pattuglie, operazioni di saturazione o dispositivi di controllo coercitivo — significa agire sulle conseguenze senza modificare la struttura che le genera. Dalla prospettiva della nostra disciplina, sosteniamo che la vera contesa per la sicurezza e la sovranità si gioca nella produzione dell’habitat, nella regolarizzazione del suolo e nella costruzione di infrastrutture pubbliche capaci di sostenere e prendersi cura della vita comunitaria.


In questo quadro, la prospettiva dell’Urbanistica Femminista risulta indispensabile. Ponendo la sostenibilità della vita, l’esperienza quotidiana e il lavoro di cura al centro dell’analisi spaziale, essa offre strumenti critici per comprendere come l’insicurezza territoriale colpisca in modo differenziato le comunità e in che modo le politiche pubbliche debbano rispondere attraverso uno sguardo integrale, articolando la scala del progetto urbano con la gestione concreta dell’habitat popolare.


Urbanistica Femminista: quadro concettuale e riferimenti disciplinari


Costruire un approccio progettuale capace di contrastare la violenza territoriale richiede di approfondire la teoria e la prassi dell’Urbanistica Femminista. Questa prospettiva supera la concezione androcentrica dell’utente neutro — che storicamente ha modellato le città in funzione dell’uomo percettore di reddito e della sua mobilità pendolare — per porre al centro delle analisi e delle proposte la vita quotidiana e la diversità dei corpi che abitano la città. Già negli anni Sessanta, Jane Jacobs dimostrò che la sicurezza nelle città non è garantita dalle strutture difensive né dalla sorveglianza militarizzata, bensì dalla vitalità dello spazio pubblico e dalla presenza costante dei cosiddetti occhi sulla strada. Quando lo spazio pubblico è abitato, quando il commercio di prossimità interagisce con il marciapiede e quando esiste una diversità di usi nel corso della giornata, è la comunità stessa a generare un ambiente di protezione. Al contrario, i muri ciechi, la desertificazione della strada monofunzionale e il ripiegamento difensivo “verso l’interno” aprono questi spazi alle dinamiche dell’estorsione e della criminalità.


Nel contesto latinoamericano, l’architetta argentina Ana Falú è stata pioniera nel concettualizzare il diritto delle donne e delle diversità a una città libera dalla violenza, collegando in modo indissolubile l’agenda di genere alle lotte storiche per l’accesso alla terra, a un’abitazione dignitosa e ai servizi pubblici nelle periferie popolari. Secondo Falú, non vi è possibilità di esercitare il Diritto alla città se chi svolge attività di cura deve affrontare barriere strutturali alla mobilità, percorsi bui e mancanza di protezione nell’habitat informale.


Il corpus concettuale si arricchisce dei contributi di autrici e autori appartenenti a generazioni, contesti geografici e formazioni differenti, che evidenziano la necessità di incorporare nel progetto urbano la nozione di equità intersezionale. Ciò richiede di analizzare come le dimensioni di classe, genere, età, condizione migratoria, tra le altre, si intersechino nell’esperienza quotidiana delle persone e in relazione ai loro privilegi e alle forme di oppressione.


A tal fine, rafforzare questo approccio nell’insegnamento disciplinare delle facoltà di architettura e urbanistica costituisce una necessità strategica e fondamentale per garantire lo sviluppo di politiche pubbliche con una prospettiva di genere ecofemminista. Aggiornare i quadri pedagogici rappresenta il passaggio preliminare necessario affinché le normative, i codici di zonizzazione e gli strumenti di gestione pubblica del futuro cessino di riprodurre pregiudizi patriarcali e invisibilità storiche.


Esiste un legame diretto tra lo sguardo dell’urbanistica femminista e l’analisi strutturale del mercato fondiario e abitativo. Questa prospettiva dimostra che la riproduzione della vita quotidiana non avviene nel vuoto, ma richiede una base materiale, sicura e adeguatamente attrezzata. Quando l’accesso alla terra e all’abitazione nelle periferie viene lasciato esclusivamente alle forze del mercato e alla speculazione, le condizioni minime necessarie a sostenere la vita quotidiana iniziano a sgretolarsi. L’insicurezza della titolarità del suolo, la mancanza di servizi essenziali e l’assenza di riserve fondiarie destinate alle infrastrutture pubbliche incidono direttamente sulle reti di cura.


Queste condizioni moltiplicano le ore di lavoro non retribuito svolto da chi si occupa delle attività di cura, precarizzano la salute comunitaria ed espongono le famiglie a ricorrenti situazioni di estorsione e spoliazione. Pertanto, approfondire l’analisi delle dinamiche del mercato immobiliare informale, della fragilità giuridica della titolarità e dell’espansione delle reti dell’illegalità non costituisce un tema estraneo all’urbanistica femminista, ma il suo indispensabile fondamento territoriale: senza regolamentazione del suolo né sicurezza della titolarità, la sostenibilità della vita e il diritto alla città risultano irraggiungibili.


A partire da questo quadro teorico, l’urbanistica femminista introduce due categorie: i Sistemi Integrati di Cura e le Infrastrutture Affettive. I primi riconoscono che le attività di cura — riproduttive, di crescita dei figli, di assistenza sanitaria e di sostegno domestico — costituiscono una corresponsabilità collettiva che richiede infrastrutture fisiche e risorse pubbliche garantite. Le seconde analizzano la capacità del supporto urbano di accogliere reti di mutuo aiuto, alleanze comunitarie e forme contemporanee dell’affettività capaci di resistere all’atomizzazione sociale e alla cultura della paura.


Reti dell’illegalità, mercificazione del suolo e la trappola della finzione giuridica


Per comprendere perché il territorio metropolitano diventi vulnerabile di fronte alla criminalità organizzata, è indispensabile esaminare le trasformazioni nelle modalità di produzione informale del suolo. In passato, i processi di occupazione delle terre nelle periferie tendevano a organizzarsi intorno a strategie collettive promosse da famiglie con bisogni abitativi insoddisfatti. In queste esperienze, la logica comunitaria preservava deliberatamente riserve di suolo destinate a piazze, scuole, centri sanitari e tracciati stradali sufficientemente ampi da consentire la futura integrazione dei servizi pubblici. Esisteva un progetto di quartiere guidato dalla solidarietà territoriale e dalla ricerca di una progressiva regolarizzazione insieme allo Stato.


Oggi, questa dinamica è stata progressivamente sostituita dall’espansione della lottizzazione informale speculativa. Operatori clandestini e attori informali suddividono intensivamente i terreni, mercificando la totalità del suolo disponibile. In questa logica iperdinamica e lucrativa vengono eliminate le riserve destinate alle infrastrutture comunitarie e vengono commercializzati persino gli spazi destinati a strade e passaggi. Si generano così tessuti urbani iperdensi, ambientalmente fragili e privi di spazio pubblico, nei quali la regolazione della convivenza non poggia sull’organizzazione del quartiere, bensì sulla coercizione, sull’intimidazione e sulla speculazione economica.


Alla base di questo fenomeno opera la finzione giuridica. Il sistema normativo e catastale tradizionale funziona secondo un criterio binario: riconosce unicamente la titolarità definitiva oppure dichiara l’inesistenza giuridica dell’insediamento. Quando un quartiere si consolida al di fuori dei registri formali ed è privo di titoli di proprietà, il quadro giuridico dominante risponde rendendo invisibile il territorio. Eppure i quartieri esistono, le abitazioni sono occupate e le attività commerciali aprono ogni giorno. Questa finzione di inesistenza giuridica paralizza la capacità di controllo degli enti locali: in assenza di particelle registrate e di titolari formali, il comune non può procedere al rilascio di autorizzazioni commerciali o permessi edilizi per attività locali quali negozi di alimentari, mobilifici, rivendite di materiali da costruzione o officine. È lo stesso quadro giuridico che, attraverso la propria rigidità, spinge l’economia del quartiere verso la clandestinità.


Le reti dell’illegalità individuano con precisione questa vulnerabilità istituzionale. La precarietà della titolarità e l’assenza di regolamentazione statale creano le condizioni favorevoli all’insediamento di molteplici economie illecite interconnesse: spaccio al dettaglio di stupefacenti, depositi illegali di ricambi automobilistici, attività di smontaggio di veicoli e prestito informale di denaro. Quest’ultimo opera come un meccanismo di cattura finanziaria: famiglie con scarse risorse ricorrono a prestiti informali in situazioni di emergenza e, di fronte all’impossibilità di ripagare interessi abusivi, subiscono la confisca dei propri beni e l’appropriazione violenta delle abitazioni come forma di pagamento. La precarizzazione del suolo si traduce così in spoliazione e violenza quotidiana.


Cassetta degli attrezzi: titolarità provvisoria, Restituzione Sociale dei Beni e infrastrutture


Di fronte a questo scenario di fragilità territoriale e avanzata dei mercati illeciti, l’architettura e l’urbanistica devono mettere in campo un insieme di strumenti propositivi, tecnici e operativi.


Il primo strumento è costituito dai Dispositivi di Titolarità Provvisoria e Riconoscimento Progressivo. Poiché i tradizionali processi di regolarizzazione fondiaria e di attribuzione definitiva della proprietà richiedono anni di procedure, mentre i mercati informali avanzano quotidianamente, la politica urbana deve introdurre forme intermedie di riconoscimento statale. L’apertura di posizioni tributarie provvisorie, accompagnata dal rilascio di certificati comunali di occupazione per abitazioni, attività commerciali e organizzazioni di quartiere, funziona come un ponte immediato verso la legalità. Questo dispositivo offre alle famiglie sicurezza giuridica contro la spoliazione, consente ai comuni di registrare i contribuenti, imporre standard minimi di sicurezza, rilasciare autorizzazioni commerciali condizionate e pianificare l’estensione dei servizi pubblici essenziali.


D’altra parte, la ricostruzione del catasto reale attraverso le Cartografie Sociali e Partecipative costituisce un prezioso strumento iniziale di gestione per mettere in relazione le conoscenze tecnico-accademiche con i saperi situati delle comunità e individuare percorsi di cura, barriere alla sicurezza percepita e risorse comunitarie presenti sul territorio.


In modo complementare, la Materializzazione dei Sistemi Integrati di Cura e il riconoscimento e rafforzamento delle Infrastrutture Affettive costituiscono contributi fondamentali al miglioramento dell’habitat e dell’esperienza quotidiana nei quartieri. Il progetto architettonico pubblico deve essere condiviso, validato e radicato nel contesto, mentre la mobilità deve tenere conto delle attività di cura, che descrivono percorsi poligonali e interconnessi. La pianificazione urbana deve quindi rispondere a una scala di prossimità capace di ridurre i tempi di spostamento e garantire ambienti pedonali sicuri.


Devono inoltre essere introdotte infrastrutture specifiche che diano priorità alle esigenze dell’infanzia, dei giovani e delle persone anziane, adottando criteri di accessibilità universale nella progettazione, per accogliere le reti di mutuo aiuto, la coabitazione e le alleanze comunitarie, creando luoghi dotati di comfort ambientale e illuminazione che invitino alla permanenza e contribuiscano a ricostruire la fiducia collettiva.


La Restituzione Sociale dei Beni proposta da Lucas Manjon — orientata alla decapitalizzazione economica delle strutture criminali — si collega in modo virtuoso a questi strumenti, poiché la possibilità di rifunzionalizzare depositi, capannoni o immobili confiscati e trasformarli in infrastrutture pubbliche destinate alle attività di cura restituisce alla comunità il patrimonio che le è stato sottratto.


Una politica di Stato per la giustizia territoriale


Il bivio davanti al quale si trovano i comuni metropolitani non potrà essere superato insistendo su ricette obsolete. Le violenze urbane e il consolidamento delle reti criminali sono il sintomo di una città prodotta in modo squilibrato, espulsivo e giuridicamente fittizio. Pretendere di recuperare la sovranità nei quartieri senza regolarizzare la titolarità della terra e dell’abitazione, né costruire infrastrutture capaci di rispondere alle reali esigenze delle comunità in cui si inseriscono, significa condannare al fallimento qualsiasi politica pubblica.


Rivendichiamo un’architettura pubblica e un’urbanistica dal basso verso l’alto, che assumano l’impegno etico di intervenire sul territorio reale e complesso ponendo l’equità al centro. Fornire strumenti di titolarità provvisoria per formalizzare l’habitat popolare, decapitalizzare le strutture criminali e materializzare reti fisiche di cura e affettività costituiscono i pilastri di una vera strategia di sicurezza democratica e giustizia socio-spaziale.

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