"Liberi di scegliere": Quando la mafia non decide più il futuro
- Emiliano Cottini

- 5 giorni fa
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L'Italia ha appena trasformato in legge un'iniziativa nata più di un decennio fa, volta a proteggere bambini, adolescenti, giovani e donne che scelgono di allontanarsi da contesti familiari legati alla criminalità organizzata.

Il 17 luglio 2026 l'Italia ha approvato la Legge n. 131, denominata Liberi di scegliere, che introduce misure di protezione e sostegno per i minorenni e per gli adulti di riferimento che decidono di allontanarsi da contesti segnati dalla criminalità organizzata. Ridurre, tuttavia, Liberi di scegliere a un semplice programma di protezione significherebbe non cogliere la reale portata di questa legge.
Esistono leggi concepite per colpire il potere economico delle mafie; altre consentono di arrestarne gli appartenenti, confiscarne i patrimoni o impedire che esercitino il controllo su imprese e amministrazioni pubbliche. Esistono però anche leggi che cercano di intervenire in un terreno molto più difficile da raggiungere: quello dei legami familiari, dei vincoli affettivi e delle relazioni di potere attraverso cui le organizzazioni criminali si riproducono di generazione in generazione.
È proprio qui che risiede l'importanza di Liberi di scegliere. La sua forza consiste nella capacità di intervenire nella sfera familiare, nei legami di sangue e nelle dinamiche di potere che consentono alle mafie di trasmettere i propri codici, i propri valori e la propria influenza da una generazione all'altra. La legge introduce un'idea apparentemente semplice, ma potenzialmente rivoluzionaria per la cultura mafiosa: nascere in una famiglia mafiosa non significa essere condannati ad appartenerle.
Essere figlio o figlia di un mafioso non obbliga a percorrere la stessa strada, così come essere la moglie di un appartenente a un'organizzazione criminale non significa dover accettare per sempre le regole che le sono state imposte. In questo senso, Liberi di scegliere mette in discussione un ordine familiare fondato sull'obbedienza e su rapporti di potere profondamente diseguali, nei quali l'autorità maschile condiziona la vita delle donne e determina il futuro dei loro figli.
Per le mafie, tutto questo è tutt'altro che un dettaglio.
Una storia nata prima della legge
Liberi di scegliere non è nato in Parlamento. Come molte delle più innovative politiche antimafia sviluppate in Italia, è nato dall'esperienza concreta e dalla necessità di dare risposta a problemi per i quali la legislazione vigente non offriva ancora strumenti adeguati.
Uno dei suoi principali promotori è stato Roberto Di Bella, magistrato e per molti anni Presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria. Nel corso della sua attività ha visto passare davanti al proprio tribunale generazioni successive delle stesse famiglie. Molti dei giovani che aveva giudicato da minorenni tornavano anni dopo come genitori di bambini e adolescenti destinati a percorrere lo stesso cammino.
Dietro ogni fascicolo emergevano storie sorprendentemente simili. Bambini e ragazzi crescevano circondati da familiari legati alla criminalità organizzata, apprendendo fin dalla più tenera età codici culturali fondati sul silenzio, sull'obbedienza, sulla difesa dell'onore della famiglia, sulla vendetta e sull'assoluta fedeltà al clan.
La Calabria è la terra d'origine della 'Ndrangheta, un'organizzazione mafiosa che nel tempo ha esteso la propria presenza ben oltre il territorio in cui è nata, fino a diventare uno dei principali protagonisti del narcotraffico internazionale. Una delle sue caratteristiche storiche è proprio il ruolo centrale dei legami familiari. I rapporti di sangue, i matrimoni e le alleanze tra famiglie rafforzano la fiducia reciproca e la coesione interna, garantendo la continuità dell'organizzazione da una generazione all'altra.
Osservando gli effetti di questo sistema sui bambini e sugli adolescenti, Di Bella iniziò a porsi una domanda diversa: era davvero necessario aspettare che quei bambini commettessero un reato prima che lo Stato intervenisse, oppure era possibile offrire loro un'alternativa prima?
A partire dal 2012, il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria sviluppò un'esperienza volta proprio a rispondere a questa domanda. Quando la permanenza all'interno del nucleo familiare rappresentava un grave rischio per lo sviluppo del minore, il tribunale poteva adottare provvedimenti finalizzati ad allontanarlo temporaneamente da quel contesto, offrendogli la possibilità di vivere, studiare e crescere in un ambiente diverso. Di Bella fece ricorso agli strumenti di tutela già previsti dal diritto minorile italiano, interpretandoli secondo una logica preventiva rispetto all'influenza della criminalità organizzata.
Allontanare realmente un bambino o un adolescente da una famiglia mafiosa, tuttavia, era tutt'altro che semplice. Un provvedimento giudiziario poteva separarlo fisicamente da quel contesto, ma risultava molto più difficile spezzare i legami affettivi, familiari e culturali che continuavano a unirlo a quel mondo e creare le condizioni per un distacco duraturo.
La vera svolta arrivò quando alcune madri decisero di compiere un passo che fino ad allora sembrava impensabile. Furono loro stesse a chiedere aiuto per allontanarsi dal contesto mafioso e iniziare una nuova vita insieme ai propri figli. Avevano compreso che le stesse regole che avevano condizionato e limitato le loro esistenze stavano determinando anche il futuro dei loro bambini. Per proteggerli decisero di rompere con quel mondo, assumendosi il rischio enorme di abbandonare la rete di relazioni familiari, economiche e affettive che fino a quel momento aveva definito la loro vita.
Da quel momento non si trattava più soltanto di sottrarre dei minori a un ambiente pericoloso. In molti casi erano le madri stesse a scegliere di andarsene insieme ai figli, chiedendo una concreta opportunità per ricostruire la propria esistenza. Attorno a queste decisioni si sviluppò progressivamente una rete composta da magistrati, servizi sociali, organizzazioni della società civile, comunità di accoglienza e realtà della Chiesa cattolica.
Quella che era nata come una risposta giudiziaria si trasformò gradualmente in un più ampio percorso di protezione e accompagnamento. Molti anni dopo, quell'esperienza ha finalmente trovato il proprio riconoscimento nella legislazione nazionale.
Le donne e la rottura dell'ordine mafioso
Le scelte compiute da queste donne permettono di cogliere un aspetto delle mafie che per lungo tempo è rimasto sullo sfondo. Le organizzazioni mafiose tradizionali non si sono costruite soltanto attorno alle attività criminali o alle reti di potere economico e politico. Si sono sviluppate anche all'interno di una cultura profondamente patriarcale, nella quale la famiglia rappresenta uno dei principali luoghi in cui si definiscono gerarchie, comportamenti e ruoli rigidamente assegnati a uomini e donne.
Questo non significa che le donne abbiano sempre ricoperto posizioni passive. Le indagini giudiziarie hanno documentato numerosi casi di donne che hanno amministrato risorse economiche, trasmesso ordini, mantenuto i collegamenti con gli appartenenti ai clan detenuti o assunto direttamente responsabilità criminali. Riconoscere questo protagonismo, tuttavia, non attenua il carattere patriarcale delle relazioni su cui storicamente si è fondato il potere mafioso. Un'organizzazione può attribuire potere a una donna e, allo stesso tempo, negarle la libertà.
All'interno di questo sistema, l'autonomia individuale è subordinata agli interessi della famiglia e l'identità di una donna può essere definita per gran parte della sua vita dal rapporto con gli uomini che la circondano: come figlia, sorella, moglie o madre. Le relazioni affettive, la sessualità, la maternità e le decisioni riguardanti i figli sono sottoposte a regole finalizzate a preservare la coesione, la reputazione e gli interessi del clan.
L'autorità maschile all'interno della famiglia assume così un significato che va ben oltre la dimensione privata. Quando dietro l'autorità di un padre o di un marito vi è anche il potere di un'organizzazione criminale, disobbedire significa confrontarsi non soltanto con un uomo, ma con un intero sistema di relazioni, lealtà e minacce.
È proprio per questo che la decisione di alcune madri di allontanarsi insieme ai propri figli assume un significato così profondo. Non si tratta semplicemente della ricerca individuale di protezione. Rifiutando le regole che erano state loro imposte, queste donne mettono in discussione l'autorità maschile, il principio dell'obbedienza e l'idea che sia la famiglia mafiosa a decidere il futuro dei suoi membri. Lasciare una famiglia mafiosa non significa soltanto rompere con un'organizzazione criminale; significa sfidare un ordine sociale, familiare e culturale costruito proprio per impedire che ciò possa accadere.
Libera è stata tra i principali promotori di questa esperienza e ha successivamente svolto un ruolo decisivo nel sostenere l'approvazione della legge Liberi di scegliere. Dopo l'entrata in vigore della legge, il suo presidente, don Luigi Ciotti, ha affermato che sono state proprio queste donne ad aprire una breccia nei circuiti criminali, dimostrando che il desiderio di libertà può essere più forte della voce di un padrone, anche quando quella voce si confonde con gli affetti e con i legami di sangue.
È proprio in quella breccia che si coglie una delle dimensioni più innovative di Liberi di scegliere. Una donna che decide di lasciare un contesto mafioso insieme ai propri figli non cerca soltanto di cambiare la propria vita. Spezza una catena di trasmissione che può attraversare intere generazioni e rivendica per i propri figli il diritto di costruire un futuro diverso.
Quando la protezione diventa un diritto
L'approvazione della Legge n. 131 segna un cambiamento fondamentale. Un'esperienza sviluppata nel corso degli anni attraverso decisioni giudiziarie, protocolli operativi e reti di sostegno diventa una politica pubblica nazionale. La possibilità di allontanarsi da un contesto mafioso e ricevere protezione non dipende più soltanto dalla capacità di intervento di chi opera nei singoli casi, ma trova finalmente un quadro giuridico volto a garantire diritti e accompagnamento su tutto il territorio nazionale.
La legge si rivolge principalmente ai minorenni che vivono in contesti di criminalità organizzata ed sono esposti a situazioni tali da compromettere il loro sviluppo e la loro libertà. Riguarda inoltre i giovani che hanno preso parte ad attività criminali e manifestano la volontà di allontanarsene e, a determinate condizioni, consente di prolungare i percorsi di protezione fino al compimento del venticinquesimo anno di età.
Uno degli aspetti più significativi della legge è che le misure di protezione possono essere estese anche alle madri e ad altri adulti di riferimento che scelgono di rompere con il contesto criminale insieme ai minori. La protezione non implica più necessariamente la separazione dei figli dalle loro famiglie. Può invece significare offrire a una madre e ai suoi figli la possibilità di allontanarsi insieme e iniziare una nuova vita.
Andarsene, tuttavia, rappresenta soltanto l'inizio. Chi lascia una famiglia mafiosa deve abbandonare la propria casa, gli affetti, le relazioni sociali e spesso anche le proprie fonti di sostentamento. Per questo motivo la legge prevede un'assistenza psicologica, educativa, sociale ed economica, oltre a misure volte a garantire la continuità degli studi, la formazione professionale e la costruzione di una futura autonomia lavorativa.
Ricominciare significa anche scomparire dai luoghi e dalle reti in cui una persona potrebbe essere rintracciata. La legge prevede il trasferimento in località protette e, tra le misure più delicate, la possibilità di utilizzare documenti di copertura e, in determinate circostanze, di modificare ufficialmente la propria identità. Azioni quotidiane come iscrivere un figlio a scuola, recarsi in ospedale, cercare un'abitazione o svolgere una pratica amministrativa possono trasformarsi in una fonte di grave rischio per chi cerca di mantenersi lontano dal proprio contesto criminale.
La vicenda di Lea Garofalo, uccisa nel 2009 come rappresaglia per aver rotto con il proprio ambiente mafioso e aver scelto di costruire una vita diversa insieme alla figlia, ricorda in modo drammatico i rischi che una decisione di questo tipo può comportare. Allontanarsi, dunque, non basta. Occorre poi ricostruire relazioni, conquistare un'autonomia economica e ritrovare una normalità che, per lungo tempo, può sembrare irraggiungibile.
La protezione non può limitarsi a nascondere una persona; deve creare le condizioni affinché possa tornare davvero a vivere.
Una nuova frontiera nella lotta alle mafie
Nel corso dei decenni, l'esperienza italiana nella lotta alle mafie ha progressivamente ampliato gli ambiti di intervento contro il potere della criminalità organizzata. Alla repressione penale dei suoi appartenenti si sono aggiunti strumenti volti a colpire i patrimoni accumulati illecitamente e, successivamente, il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle organizzazioni criminali.
Il riutilizzo sociale dei beni confiscati ha rappresentato una profonda trasformazione culturale. Una casa, un'impresa o un terreno che un tempo simboleggiavano il potere di un'organizzazione mafiosa possono diventare luoghi di lavoro, educazione e partecipazione civile. L'obiettivo non è soltanto sottrarre alle mafie risorse economiche, ma anche indebolirne la capacità di costruire prestigio, ottenere consenso ed esercitare il controllo sui territori.
Liberi di scegliere può essere interpretato come il passo successivo di questa evoluzione. Questa volta l'intervento non riguarda i patrimoni o le attività economiche, ma una dimensione ancora più profonda del potere mafioso: la sua capacità di riprodurre codici culturali, lealtà e rapporti di potere all'interno delle famiglie, trasmettendoli di generazione in generazione.
Naturalmente le persone non possono essere paragonate ai beni confiscati a un'organizzazione criminale. Esiste tuttavia un importante punto di contatto tra queste due esperienze. Così come il riutilizzo sociale dei beni confiscati ha affermato che i territori e le ricchezze accumulati dalle mafie possono essere restituiti alla collettività, Liberi di scegliere afferma che nessuna organizzazione criminale può appropriarsi del futuro di chi è nato all'interno della sua sfera di influenza.
Da questa prospettiva, proteggere una donna che decide di allontanarsi da un contesto mafioso o permettere a un bambino di crescere lontano da quei codici ereditati non rappresenta soltanto una politica sociale. È anche una forma di prevenzione della criminalità organizzata. Allo stesso tempo, l'approvazione di una legge non garantisce, di per sé, che queste scelte possano essere sostenute nel tempo. Perché Liberi di scegliere possa mantenere la sua promessa saranno indispensabili risorse adeguate, istituzioni capaci di attuarne le disposizioni e una società disposta ad accompagnare decisioni che spesso comportano un costo personale enorme.
Ciò che la legge realizza è però qualcosa di fondamentale: trasforma una possibilità costruita nel corso degli anni attraverso esperienze individuali in un diritto formalmente riconosciuto dallo Stato. Forse è proprio questa la forza del suo nome. Liberi di scegliere non pretende di decidere al posto di chi è nato e cresciuto in una famiglia mafiosa, né di cancellare i legami, gli affetti e la storia che inevitabilmente fanno parte della loro vita. Afferma semplicemente che quella storia non deve determinare anche il loro futuro.
È qui che il diritto di scegliere acquista tutto il suo significato. Di fronte a un sistema di potere che per generazioni ha cercato di trasformare i legami di sangue in appartenenza e l'appartenenza in destino, scegliere diventa un atto di liberazione. Significa spezzare una catena che sembrava inevitabile e affermare che nessuna famiglia, nessun cognome e nessuna organizzazione criminale possono privare una persona della libertà di costruire il proprio futuro.
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