Rita Atria: la ragazza antimafia
- Lucas Manjon & Giulia Baruzzo

- 10 ago 2023
- Tempo di lettura: 22 min
Nata negli anni Settanta in una famiglia mafiosa siciliana, Rita Atria ruppe con il destino che la mafia le aveva riservato in quanto donna. Questa è una parte della sua storia.

La periferia di Roma, la domenica, è religiosamente silenziosa. D’inverno, la città assume una tonalità grigia, avvolta da una nebbia quasi permanente, e la gente si affaccia appena per strada. D’estate, invece, è eccessivamente assolata, estenuante, e l’ombra degli edifici non basta a sopportare il calore amplificato dal cemento. Chi può, fugge dalla Città Eterna. Le finestre degli appartamenti restano spesso aperte per lasciare entrare le correnti d’aria e rinfrescare le case, ma l’aria tende a essere sfuggente quando le strade sono strette e non si vive ai piani alti.
Rita vive a Roma da circa un anno, ma si trova nell’appartamento al settimo piano di via Amelia 23 soltanto da pochi giorni. Prima viveva con sua cognata e sua nipote, tutte siciliane, originarie della parte sud-occidentale dell’isola. Rita, che a volte si chiamava Gabriele, altre volte Margot e persino Vanessa, ha diciassette anni ed è una testimone protetta dallo Stato italiano.
È fuggita dall’isola quando ha deciso di raccontare alla giustizia tutto ciò che sapeva sulle attività mafiose del suo paese e che conosceva perché, in larga misura, erano state dirette da suo padre, don Vito, legato strettamente alla famiglia mafiosa degli Accardo e in buoni rapporti con gli Ingoglia, l’altra potente famiglia della zona.
Vito era uno di quelli che si definivano membri della «mafia tradizionale», quella che sosteneva di rispettare un codice di valori insuperabile e inappellabile, che «risolveva i conflitti» e riscuoteva denaro come pagamento per un servizio che si era autoassegnata attraverso una gara d’appalto resa possibile dall’assenza dello Stato.
Ma don Vito non comprese i cambiamenti che alcuni settori dell’organizzazione a cui apparteneva stavano cercando di imporre. Vito venne assassinato nel 1985, quando Rita aveva soltanto undici anni. Sebbene avesse buoni rapporti con entrambe le famiglie mafiose e le sue opinioni fossero ascoltate e rispettate, la sua contrarietà alla partecipazione della mafia al narcotraffico internazionale rappresentava un ostacolo che il mercato criminale non era disposto a tollerare.
Gli spari che posero fine alla vita del padre di Rita intensificarono una lunga, lenta e dolorosa agonia. Il dolore di Rita era cominciato fin dalla nascita. Respinta dalla madre già nel grembo materno, aveva vissuto tra maltrattamenti e rifiuto che, durante i suoi primi undici anni di vita, la presenza del padre era riuscita a contenere entro certi limiti.
Con l’assassinio di don Vito si attivarono il progetto, il desiderio e l’obbligo di vendetta che suo figlio Nicolò sentiva di avere. La responsabilità che Nicolò credeva di dover assumere rimase instabile per sei anni. Quel periodo di improvvisazione, rabbia, organizzazione e disorganizzazione provocò diverse morti nell’ambiente che circondava Nicolò, sua moglie Piera e sua figlia Vita Maria.
Quando l’ossessione di Nicolò sembrava ormai attenuarsi, le stesse persone che avevano assassinato suo padre decisero di eliminare qualsiasi possibilità che il giovane tentasse nuovamente di portare a compimento la propria vendetta.
Il 24 giugno 1991, quattro assassini armati di pistole e fucili Kalashnikov di fabbricazione sovietica entrarono nella pizzeria Europa del piccolo paese costiero di Montevago, dove Nicolò stava lavorando. Due degli assassini rimasero nella sala, mentre gli altri due si diressero verso la cucina.
Con il volto coperto da passamontagna, entrarono nei pochi metri quadrati in cui si trovavano Nicolò e Piera. Il sussurro che uscì dalla bocca di Piera riuscì appena a pronunciare: «Nico». Nicolò si accorse della presenza degli assassini, si voltò e disse loro: «Non toccate mia moglie».
I proiettili calibro 7,62 del fucile colpirono il frigorifero, il forno a microonde, le bottiglie di salsa di pomodoro, la spalla e il petto di Nicolò, che cadde a terra morto sul colpo. Uno degli assassini fece qualche passo, si avvicinò al corpo di Nicolò, guardò Piera, che osservava in silenzio e con attenzione quella scena dantesca, e sparò un ultimo colpo alla testa del giovane.
Tutto finì in meno di un minuto. Gli assassini fuggirono. I clienti nella sala scapparono subito dopo di loro. Piera, rimasta per qualche istante a osservare il corpo del marito sul pavimento, circondato da piatti rotti, pasta, salsa di pomodoro e sangue, uscì dalla cucina, attraversò la sala, raggiunse l’auto e guidò fino alla casa dei suoi genitori: «Nicolò è morto. Gli hanno sparato davanti a me».
La desolazione di Rita diventava ogni giorno più profonda. Il vuoto nella sua anima si allargava al ritmo regolare dei battiti del suo cuore. Suo padre non c’era più. Suo fratello non c’era più. La mafia di cui avevano fatto parte li aveva espulsi. Sua sorella maggiore viveva a Milano con il marito e Rita, a sedici anni, si ritrovava abbandonata con una madre che la disprezzava da prima ancora che nascesse.
Piera non aveva alcun legame con la mafia. Ne sapeva quanto qualsiasi altra siciliana di qualsiasi epoca e, proprio per questo, non nutriva alcun desiderio di vendetta. Fuggendo da casa e da sua madre, dopo l’assassinio del fratello Rita si incontrava quasi ogni giorno con la cognata e la nipote. Ascoltava Piera, apparentemente in pace, senza sussulti, senza rabbia, come anestetizzata.
Uno di quei consueti giorni di conversazioni, in cui la calma di Piera si contrapponeva all’atteggiamento agitato e incontenibilmente loquace di Rita, in un confronto quasi affettuoso, venne interrotto quando Rita telefonò a casa della cognata e la madre di Piera le disse che sua figlia era partita e che non sarebbe tornata per diversi giorni.
Piera aveva contattato prima un ufficiale dei Carabinieri e poi la magistrata Morena Plazzi, per scongiurare qualsiasi possibilità di vendetta e indirizzare il proprio destino verso la giustizia. Aveva deciso di fornire informazioni sui reati commessi dal marito defunto, dal suocero defunto e da tutte le persone a loro legate, direttamente o indirettamente.
Piera non era la prima «vedova di mafia» — un’intera categoria, un concetto e un peso che molte donne siciliane portavano sulle proprie spalle — a decidere di collaborare con la giustizia. Altre vedove di mafia lo avevano già fatto, ma non erano molte.
Dopo diversi giorni, Piera telefonò alla cognata e le disse: «Non sono in Sicilia e non tornerò mai più. Sono andata dalla polizia e ho parlato con i giudici. Ho raccontato loro tutto quello che so». Le parole attraversarono la cornetta, raggiunsero l’orecchio di Rita, entrarono nella sua testa e cominciarono a martellarle il cervello. Non era sconvolta; semplicemente non riusciva a comprendere fino in fondo ciò che stava accadendo.
Raffiche di immagini di corpi mutilati attraversavano la sua memoria e le impedivano di capire se provasse repulsione o sostegno per ciò che aveva fatto sua cognata. Probabilmente erano le immagini dei familiari dei mafiosi che avevano collaborato con la giustizia e che finivano sulle prime pagine dei giornali: i dieci familiari di Tommaso Buscetta — tra cui due figli —; la madre e la sorella di Marino Mannoia; e i trentacinque familiari di Salvatore Contorno.

Piera rese la sua testimonianza davanti alla giustizia e si trovò di fronte a un uomo alto, parzialmente calvo, con i capelli grigi, che fumava una sigaretta dopo l’altra e che, secondo lei, usava espressioni e un tono di voce simili a quelli che tante volte aveva sentito a Partanna.
Quell’uomo alto, parzialmente calvo, dai capelli grigi, che fumava una sigaretta dopo l’altra, era siciliano. Conosceva molti mafiosi perché era cresciuto a Palermo negli anni Cinquanta e Sessanta e perché era riuscito a far condannare centinaia di loro nel grande processo passato alla storia come il Maxiprocesso.
Quando Paolo Borsellino sentì Piera, nervosa e impaurita, dirgli: «La sua voce sembra quella di un mafioso», scoppiò a ridere. Ma riuscì a tranquillizzarla presentandosi e spiegandole di essere il compagno di vita e di lavoro del celebre Giovanni Falcone, l’eroe di quei cittadini che speravano in una lotta onesta contro la mafia.
L’atteggiamento di Piera cambiò e divenne estremamente rispettoso e distaccato. Ogni frase rivolta a Borsellino era preceduta da «Onorevole» o «Signor Magistrato», finché Paolo, con tono scherzoso, la interruppe: «Con tutto il rispetto, prima ero mafioso e adesso sono onorevole. Parlando a nome della categoria, eviterei certamente di essere chiamato Onorevole. Sono un semplice magistrato: mi chiami Paolo, ma non mi chiami Onorevole».
Quello stesso giorno venne deciso che Piera sarebbe stata trasferita a Roma, dove avrebbe vissuto sotto il sistema di protezione dei testimoni che, in larga misura, Falcone e Borsellino avevano contribuito a costruire. Stabilitasi nella capitale italiana insieme alla figlia Vita Maria, Piera cominciò a vivere con una relativa tranquillità e a costruire una vita fragile, ma gratificante rispetto a quella che la Sicilia, la mafia e il possibile destino di «vedova di mafia», imposto dalle antiche consuetudini, sembravano averle riservato.
Piera ricominciò a parlare al telefono con la sua giovane cognata Rita. Durante una di quelle tante conversazioni, lunghe, vaghe ma cariche di emozioni soffocate, Rita, nel corso di uno dei suoi ripetuti tentativi di ottenere il permesso di andare a trovarla a Roma, interruppe improvvisamente Piera proprio mentre questa cominciava a spiegarle le restrizioni che la polizia imponeva ai testimoni protetti: «Non voglio venire a trovarti. Voglio testimoniare».
Piera non fece un lungo silenzio: fu il silenzio a imporsi su di lei. Quando riuscì finalmente a trovare le parole che riteneva necessarie per rispondere a Rita, le disse: «Sai cosa significa. Non potrai mai più tornare in Sicilia». Rita confermò la propria decisione. Era determinata e nessuna domanda, per quanto inquisitoria, le avrebbe fatto cambiare idea.
Le settimane successive furono segnate dal nervosismo, dall’ansia e dall’incertezza. I giorni passavano e lo stesso poliziotto che aveva accompagnato Piera dalla magistrata Morena Plazzi continuava a dirle di aspettare: era minorenne e, forse, quando avesse compiuto diciassette anni — due mesi più tardi — il sistema giudiziario italiano avrebbe potuto ascoltarla e valutare le informazioni che era in grado di fornire.
L’esasperazione, l’impazienza e i continui maltrattamenti della madre la portarono a non tollerare ulteriori rinvii, soprattutto perché le dichiarazioni di Piera avevano condotto all’arresto di dieci mafiosi di Partanna. Nell’ottobre del 1991, il quotidiano la Repubblica pubblicò: «Piera Aiello-Atria. La mafia ha ucciso suo marito. Ora la vedova sfida i clan».
A Partanna, lo sconvolgimento era silenzioso ma totale. La madre di Rita gridava alle poche persone che ancora le rivolgevano la parola di non aver mai voluto bene a sua nuora. Diceva che era una puttana e che aveva portato la disgrazia nella sua famiglia. Persino il fidanzato di Rita smise di salutarla: «Non posso frequentare la cognata di una pentita».
Soltanto due giorni dopo, in seguito a nuove, ripetute e disperate telefonate, Rita riuscì finalmente a incontrare di persona la magistrata Morena Plazzi, davanti alla quale cominciò — come aveva fatto Piera — a rendere le proprie dichiarazioni: «Sono la sorella di Nicolò Atria, assassinato a Montevago il 24 giugno 1991. Mi presento dinanzi alla Signoria Vostra con l’intenzione di fornire alcune informazioni di cui sono a conoscenza riguardo a episodi e circostanze legati all’omicidio di mio fratello, nonché al precedente omicidio di mio padre, avvenuto a Partanna nel 1985, e, più in generale, informazioni relative all’ambiente nel quale si verificarono questi episodi. Ricordo che mio padre era soprannominato “Il Dottore” e ciò era dovuto al fatto che, a Partanna, svolgeva il ruolo di paciere…».
Rita espelleva le parole. Il poliziotto che trascriveva la deposizione non riusciva nemmeno a tenere il ritmo della sua voce. Mentre parlava, Rita ripercorreva nella propria mente tutto ciò che le stava accadendo, tutto ciò che stava cambiando.
I suoi amici — o, per meglio dire, i suoi conoscenti —, tutti coloro che avevano attraversato la sua vita quando suo padre era «Il Dottore di Partanna», erano ora diventati i suoi persecutori, le sue paure peggiori materializzate nelle persone che un tempo salutava, baciava, abbracciava e nelle quali, eccezionalmente, riponeva la propria fiducia.
La mattina del 21 novembre 1991, Rita si svegliò, fece colazione e preparò lo zaino per andare alla scuola alberghiera. La notte precedente era stata terrificante. Un vecchio dipendente di suo padre, che si trovava con Vito quando era stato assassinato più di sei anni prima, aveva bussato alla porta di casa chiedendo di parlare con lei.
Rita rifiutò e, pochi minuti dopo, sentì il motore di un’auto allontanarsi. Era convinta che volessero ucciderla. Nel suo diario privato, che da qualche tempo riempiva di aneddoti, paure e poche gioie, riversò il terrore vissuto quella notte: «Spero che questa non sia l’ultima volta che scrivo su questo quaderno».
Rita raggiunse la fermata dell’autobus accompagnata dalla madre. Lo zaino che portava con sé era quello di sempre: qualche libro e il suo diario. Ma Rita non andò a scuola. Scese dall’autobus a Montevago. Entrò nella caserma e raccontò alla polizia la visita ricevuta la notte precedente. Quello stesso giorno Rita lasciò la Sicilia. Paolo Borsellino, procuratore a Marsala, riteneva che non potesse più correre altri rischi e, in meno di ventiquattro ore, la piccirilla — la bambina, la piccola — si trovava su un aereo diretto a Roma, dove avrebbe vissuto come testimone protetta insieme a sua cognata Piera.

La vita di Rita cambiò all’istante. Era nella capitale del Paese. Per lei Roma avrebbe potuto essere la capitale di qualsiasi altro Stato: non aveva nulla a che vedere con Partanna. Non riusciva neppure a comprendere come due città tanto diverse potessero appartenere allo stesso territorio e come i loro abitanti potessero condividere qualcosa di così vicino e, allo stesso tempo, così lontano come un’identità.
Le due donne erano felici. Erano insieme, senza paura, pensando soltanto al futuro, in una città cosmopolita, facendo cose che le donne siciliane — e ancor meno le vedove o le orfane di mafia — non potevano permettersi. Andavano in palestra, dall’estetista e Rita, che si era tinta i capelli di rosso, trovò persino il coraggio di indossare un paio di pantaloncini corti che sua madre non le avrebbe mai permesso di mettere.
«Sembri una puttana», le avrebbe detto. Rita conosceva la mafia. Rita stava affrontando la mafia e, quindi, la propria famiglia. Rita metteva a rischio la propria vita. Una vita maltrattata, disprezzata e segnata da più cicatrici che gesti d’affetto, ma pur sempre una vita. Ma Rita era anche un’adolescente. Le pareti della sua nuova stanza a Roma erano ricoperte di fotografie di Eros Ramazzotti; nei cassetti c’erano trucchi e vestiti di tanti colori. A Roma, Rita era e si sentiva, per la prima volta, un’adolescente.
Sebbene la vita nella capitale fosse nuova e piena di speranza, era anche organizzata dalla polizia e dai magistrati. La famiglia allargata di Piera, Rita e Vita Maria era composta dai poliziotti che, periodicamente, le trasferivano in altre «case protette». Quando la vita in una casa, in un quartiere e con una determinata cerchia di persone cominciava a diventare una routine, il regolamento che disciplinava la vita dei testimoni protetti imponeva di spezzarla.
«La mafiosa in gonnella», come la chiamavano i poliziotti, cominciò a testimoniare. Sebbene Rita fosse determinata a collaborare con la giustizia e a facilitare il lavoro necessario per condannare le persone che avevano tradito e assassinato suo padre e suo fratello, non comprendeva ancora pienamente il mondo che esisteva al di fuori della mafia.
Quando parlava con le autorità, cercava di difendere la vecchia mafia, quella di cui suo padre aveva fatto parte, quella di cui lui era orgoglioso e di cui, per amore verso il padre, anche Rita continuava in qualche modo a esserlo. Le domande dei magistrati cominciarono lentamente a smontare quella struttura, l’unica che Rita possedeva e alla quale si aggrappava nel tentativo di non rimanere completamente priva di passato, cultura, affetti e tradizione.
Le domande successive la turbavano. Rita si disperava di fronte agli attacchi indiretti rivolti contro la sua tradizione, una tradizione che rifiutava, ma che continuava a essere la sua. Durante una di quelle tante conversazioni, Rita si imbatté in una frase di Giovanni Falcone: «Se vogliamo davvero combattere la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro, e neppure in una piovra o in un cancro. Dobbiamo invece riconoscere che ci somiglia».
Quella frase di Falcone segnò un prima e un dopo nella vita di Rita. Le dichiarazioni che rendeva sulle attività mafiose di Partanna cominciarono a coinvolgere e accusare le persone più vicine ai suoi affetti. Qualche giorno dopo, Rita avrebbe scritto nel suo diario: «Prima di combattere la mafia devi farti un esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia che è dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è tra i tuoi amici. La mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci».
Rita viveva meglio a Roma. Faceva cose da adolescente, cose che la rendevano felice. Ma Rita stava rimanendo senza un passato. Cominciava a comprendere ciò che suo padre, suo fratello — persino il suo fidanzato adolescente — avevano fatto per tanto tempo, e lo condannava. Ma quella consapevolezza distruggeva le sue fondamenta.
Sua madre la disprezzava con ancora maggiore accanimento, sospettando che stesse collaborando con la giustizia, mentre sua sorella maggiore evitava di parlarle. Rita viveva con Piera e sua nipote, ma loro non erano la sua famiglia, non facevano parte della sua struttura originaria. Rita aveva demolito il proprio passato.
«Sono quasi le nove di sera. Sono triste e demoralizzata. Forse perché non riesco più a sognare; nei miei occhi vedo tanta oscurità. Non mi preoccupa il fatto che dovrò morire, ma non potrò mai essere amata da nessuno. Non potrò mai essere felice e realizzare i miei sogni. Vorrei tanto poter avere Nicolò accanto a me, ricevere le sue carezze e i suoi abbracci. Ne ho davvero bisogno, e l’unica cosa che posso fare è piangere. Ma vorrei tanto il mio Nicolò. Nessuno potrà mai comprendere il vuoto che ho dentro, quel vuoto incolmabile che, poco a poco, è diventato sempre più grande. Non ho più niente né nessuno, non mi restano che briciole. Non riesco più a distinguere il bene dal male. Ora tutto è così oscuro e sordido. Pensavo che il tempo potesse guarire tutte le ferite, ma non è così. Il tempo le apre sempre di più, fino a uccidermi lentamente. Quando finirà questo incubo?»

Oltre all’incubo della solitudine, Rita doveva affrontare nuovamente sua madre ogni volta che tornava in Sicilia per testimoniare. Durante ogni viaggio, la polizia organizzava un incontro tra Rita e la madre. Rita era minorenne e la donna aveva denunciato che la giustizia, e in particolare Paolo Borsellino, l’aveva rapita.
Gli incontri tra Rita e sua madre si trasformavano in soffocamenti mortali. Rita era sommersa dall’acqua, senza aria, agitava disperatamente le braccia nel tentativo di raggiungere la superficie, mentre sua madre continuava soltanto a spingerla sempre più in basso, aumentando la sua angoscia e la sua disperazione. «Ti ho dato da mangiare, ti ho vestita, anche se ero sola, una povera vedova…».
Per Rita era molto difficile difendersi. Sua madre alimentava una spirale di attacchi e Rita rispondeva come poteva, con parole giuste, ma cariche della tristezza provocata dalla persona alla quale erano rivolte. L’unico momento in cui Rita si sentiva protetta come non le era più accaduto da quando avevano assassinato suo padre era quando a quegli incontri partecipava Paolo Borsellino. Lui riusciva a fermare sua madre. Era l’unica persona che la donna temeva, e quella paura le impediva di intensificare le aggressioni contro Rita.
«Rituzza, non arrabbiarti. Un giorno tua madre capirà quello che stai facendo. Io sono con te e, finché non lo capirà, non sei sola». Rita sopravviveva con Paolo al suo fianco. Rita riusciva a respirare in superficie quando Paolo la spingeva verso l’alto.
Ogni volta che Paolo incontrava Piera, Rita e Vita Maria, per loro accadeva qualcosa di speciale. Arrivava agli incontri con delle caramelle per la più piccola delle tre, la lasciava disegnare sulla sua scrivania e parlava con le due donne anche di ciò che non riguardava i fascicoli giudiziari. Oltre agli incontri di persona, Piera e Rita potevano telefonargli ogni volta che ne avevano bisogno.
Piera, Rita e sua nipote continuavano a cambiare casa. Continuavano a viaggiare in Sicilia per ricordare, nei minimi dettagli, la morte che le aveva circondate per diciassette anni. Nel mezzo di quel purgatorio di deposizioni, Rita si innamorò. Un giovane cadetto militare riuscì a conquistarla dopo averla vista ai Musei Vaticani. Per il giovane Gabriele, Rita non era Rita. Quando venne a conoscenza della sua vera storia, la accettò immediatamente e condusse la piccirilla fino al paradiso.
Rita si innamorò perdutamente. Anche Gabriele si innamorò di lei. Ma, soprattutto, Rita trovò una tavola alla quale aggrapparsi in mezzo all’oceano. Non assomigliava in nulla al suo passato, ma poteva rappresentare il suo futuro più immediato, quello che doveva cercare di costruire per riuscire a sopravvivere.
Il 23 maggio 1992, l’Italia precipitò nel panico. La mafia continuava a uccidere. I giornalisti e i siciliani dicevano che Palermo si era trasformata in Beirut — la lunga guerra civile in Libano era terminata da poco —, ma quel giorno la mafia siciliana assassinò Giovanni Falcone, sua moglie — la magistrata Francesca Morvillo — e tre agenti della loro scorta.
Una bomba aprì una voragine nell’autostrada e nell’anima di tutti gli uomini e le donne che soffrivano e combattevano contro la mafia. Paolo Borsellino arrivò pochi minuti dopo nell’ospedale dove Falcone era stato trasportato, prese la mano dell’amico e lo accompagnò negli ultimi istanti della sua vita. Qualche giorno dopo, Paolo avrebbe detto che Falcone avevano cominciato a ucciderlo molti anni prima: quando lo avevano attaccato per la sua decisione di intensificare la lotta contro la mafia, quando gli avevano negato le risorse e gli spazi necessari per perfezionare i meccanismi che lui stesso aveva sviluppato in poco più di dieci anni.
Rita e Piera guardavano in televisione il funerale di Giovanni, Francesca, Vito, Rocco e Antonio — i tre agenti della scorta — e non riuscivano a smettere di cercare Paolo tra le immagini. Lui rimaneva vicino alla bara di Giovanni, come se cercasse inutilmente di proteggerlo da un nuovo attacco. Le lacrime di Paolo non riuscivano a uscire completamente dai suoi occhi, ma poco a poco li inondavano, offuscandogli la vista e rivelando un’anima ormai spezzata.
Dopo l’assassinio di Giovanni, Rita scriveva nel suo diario anche più volte al giorno: «L’unico modo per eliminare questa piaga è far prendere coscienza ai bambini che vivono in mezzo alla mafia che fuori esiste un altro mondo, fatto di cose semplici ma belle, di purezza. Un mondo in cui vieni trattato per ciò che sei, non perché sei il figlio di questa o quella persona, o perché hai pagato una tangente affinché ti facessero un favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare? Forse, se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo».

Paolo cercava disperatamente di partecipare alle indagini sull’assassinio di Giovanni. Tentava di occupare il posto lasciato vacante dal suo amico a Roma e di interrogare il maggior numero possibile di collaboratori di giustizia, per avviare o portare a termine quante più indagini gli fosse possibile.
Anni dopo, Agnese, la moglie di Paolo, avrebbe raccontato che la mattina del 18 luglio, molto presto, mentre camminava sulla spiaggia insieme a lui, senza scorta, soli come quando erano giovani, suo marito le disse: «Non sarà la mafia a uccidermi. Saranno altri, e accadrà perché qualcuno lo permetterà. E tra loro ci sarà anche qualche collega».
Il 19 luglio, dopo aver concluso un incontro familiare e aver fatto visita a un amico, Paolo si preparò a rispettare l’appuntamento che, pochi minuti prima, aveva concordato con sua madre. L’aveva avvertita che sarebbe andato a trovarla nel pomeriggio nella sua casa di via Mariano d’Amelio 21, una strada senza uscita che, di fatto, veniva utilizzata come parcheggio dai residenti della zona.
Davanti a quell’edificio, che le forze di sicurezza avrebbero dovuto proteggere a causa dell’altissimo rischio rappresentato dall’essere familiari del principale nemico della mafia, la stessa mafia, insieme a settori deviati dei servizi segreti dello Stato italiano — coinvolti in una trattativa con Cosa Nostra per tentare di porre fine alle stragi —, aveva parcheggiato da diversi giorni una Fiat 126 carica di centinaia di chilogrammi di tritolo (TNT).
Paolo arrivò a bordo di tre automobili, accompagnato dai sei agenti della sua scorta. Alle 16:58, attraverso un telecomando — anche se alcune ricostruzioni continuano a sostenere che l’esplosivo fosse collegato al citofono dell’abitazione della madre di Borsellino —, venne azionata la bomba collocata da giorni nella Fiat 126, in una strada senza uscita, davanti all’edificio in cui viveva la madre del principale obiettivo della mafia siciliana. L’esplosione distrusse, lacerò e dilaniò i corpi di Paolo e di cinque dei sei agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Il 19 luglio era una domenica e, di solito, Rita, Piera e Vita Maria andavano al mare a Ostia, a pochi chilometri da Roma. Avevano a disposizione l’auto di Gabriele, che si trovava in missione in Albania e aveva lasciato il veicolo alle tre siciliane. La relazione tra Rita e Gabriele era ormai ufficiale. La polizia ne era al corrente, aveva verificato i precedenti del giovane e Rita aveva chiesto un appartamento per smettere di vivere con la cognata e la nipote e cominciare una nuova vita insieme al fidanzato.
Ma quel giorno a Roma pioveva a dirotto e le due donne decisero di rimanere nell’appartamento. Verso le sei del pomeriggio, Piera telefonò a suo padre, come faceva ogni domenica pomeriggio. «Come state voi?», domandò il padre. L’uso di quel «voi» insospettì Piera. «Bene. Perché?». E suo padre le diede la notizia che Piera non avrebbe mai immaginato di sentire: «Hanno ucciso Borsellino».
Piera lasciò cadere il telefono e cominciò a rannicchiarsi sul pavimento dentro una capsula invisibile e inesistente, come se cercasse di rientrare in un grembo materno, il luogo in cui ogni mammifero si sente protetto da tutto e da tutti. Rita arrivò correndo dall’altra stanza. «Che cosa è successo? È successo qualcosa a tuo padre?». E Piera, da quel grembo immaginario, inesistente ma protettivo, le rispose: «No. Hanno ucciso Borsellino».
Rita fece qualche passo indietro e guardò Piera dall’altezza inevitabile di chi è in piedi mentre l’altra persona è a terra. La osservava e la aggrediva con lo sguardo. «Non ci credo». Rita si voltò e tornò nella sua stanza. Continuò a vestirsi per l’uscita con le amiche che aveva programmato. Si pettinò, si truccò e uscì. Per Rita, Paolo non era morto. E così visse quei giorni.
Nei giorni successivi alla strage di via D’Amelio — la strada in cui Paolo e gli agenti della sua scorta erano stati assassinati — Rita non accese la televisione né lesse alcun giornale. Si dedicò soltanto ad assistere e aiutare sua cognata che, a causa di una crisi nervosa, era stata sottoposta a una terapia con tranquillanti. Rita si occupò della casa, del cibo e di Vita Maria, la sua piccola nipote. Ombre prodotte da una luce inesistente si impadronivano di Rita. «È finita. Adesso non è rimasto più nessuno che possa proteggerci».
Dopo l’attentato contro Falcone e, successivamente, quello contro Borsellino, alcuni collaboratori di giustizia cominciarono a pentirsi della propria scelta. Se lo Stato non era riuscito a proteggere coloro che rappresentavano gli obiettivi prioritari della mafia, come avrebbe potuto proteggere loro?
Chiedevano di essere nuovamente interrogati per ritrattare le precedenti dichiarazioni, sperando inutilmente che i capi della mafia potessero risparmiare la vita — o la morte — a loro e ai loro familiari. Anche Piera e Rita vennero contattate dalla magistratura. Quasi venne offerta loro la possibilità di ritrattare le proprie dichiarazioni, ma entrambe si rifiutarono. «Adesso ho ancora più motivi per continuare a lottare», rispose Rita.
Le comunicarono persino che la sua richiesta di avere un appartamento in cui vivere con il fidanzato era stata accettata. Ma la notizia passò quasi inosservata per Rita, che stava annegando in ombre sempre più profonde. «Ora che Borsellino è morto, nessuno può comprendere il vuoto che ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura, ma l’unica cosa che temo è che vinca lo Stato mafioso e che vengano uccisi altri poveri idioti che combattono contro i mulini a vento. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi. Ma io, senza di te, sono morta».

Il 24 luglio, Piera e Rita dovevano trasferirsi ancora una volta. Erano abituate, ma questa volta Rita avrebbe avuto un appartamento tutto suo. Vennero trasferite nel quartiere Tuscolano, alla periferia di Roma. A Rita fu assegnato l’appartamento al settimo piano.
Era spazioso, bello, ordinario e quasi identico a tutti gli altri appartamenti affittati da chi si occupava della protezione dei testimoni di giustizia. Una camera da letto, un soggiorno, un angolo cottura, un bagno e finestre affacciate sulla strada.
Erano trascorsi soltanto cinque giorni dall’assassinio di Paolo e Piera non voleva lasciare sola sua cognata. O forse era lei a non voler rimanere sola, senza Rita. La convinse ad andare a casa sua, a bere qualcosa insieme e a parlare, come avevano fatto tante altre sere. Rita accettò, poco convinta.
Nel corso della serata, Rita disse a Piera che il giorno seguente non sarebbe partita con lei per la Sicilia. «Io resto a Roma». Le due siciliane avevano programmato di trascorrere alcuni giorni in Sicilia con la madre e il padre di Piera. «Non voglio andare. Preferisco restare qui e cominciare a sistemare le mie cose».
Piera si arrabbiò. Non voleva che sua cognata rimanesse sola e non voleva neppure cancellare un biglietto aereo. La serata diventava sempre più tesa. Di fronte al rifiuto di Rita di partire, molti dei pensieri che la ragazza custodiva nel suo diario personale cominciarono ad affiorare. Rita iniziò a parlare della morte. La nominava come se fosse qualcosa di normale per un’adolescente di diciassette anni.
E forse lo era per un’adolescente siciliana nata in una famiglia mafiosa, rimasta sola fin da piccola e che continuava a perdere i pochi rifugi che riusciva, con fatica, a costruirsi da sola. «Quando morirò, la mia bara dovrà essere di legno chiaro. Dovrete vestirmi soltanto con un abito nero, una camicia bianca e un fiocco rosso. E dovrai portarmi un cuore di rose rosse con un giglio bianco al centro». Piera, come accadeva raramente, le gridò: «Ma di che cazzo stai parlando? Perché non pensi alle cose belle che ti aspettano, Rituzza? Ti prego, non abbatterti così».
In Sicilia il caldo era soffocante. Piera e sua madre parlavano nella hall dell’hotel in cui alloggiavano. Dalla porta dell’albergo entrarono le magistrate Morena Plazzi e Alessandra Camassa, accompagnate da alcuni poliziotti. Piera e sua madre sobbalzarono. La paura e il sudore freddo ricoprirono ogni centimetro dei loro corpi in un solo istante. Il calore dell’ambiente si scontrava con il gelo dei loro muscoli e le paralizzava. Il corpo, i pensieri e le emozioni di Piera esplosero quando sentì quelle parole: «Rita si è suicidata».
Il giorno seguente Piera volò a Roma insieme alla magistrata Camassa e a suo padre. Per tutto il viaggio si tormentò per aver lasciato Rita da sola. Avrebbe dovuto capirlo. La sera precedente Rita aveva parlato per ore della morte come di qualcuno o qualcosa con cui conviveva da molto tempo, come della sua più fedele compagna di viaggio, l’unica, in definitiva.
Quando Piera arrivò a Roma, andò direttamente all’obitorio per esaudire l’ultimo desiderio di Rita. La vestì con un abito nero, una camicetta bianca e un fiocco rosso. Poi andò nell’appartamento di Rita. Le scatole e le borse con i vestiti, le fotografie e i pochi oggetti personali della piccirilla erano ancora esattamente come il giorno del trasloco.
La casa era rimasta cristallizzata al 24 luglio 1992, il giorno del trasferimento, uno dei tanti giorni in cui Rita non riusciva a pensare ad altro che alla morte. C’era una sola eccezione. Accanto alla finestra dalla quale Rita si era gettata, sul muro, era stata scritta a matita una frase: «Ti amo, non posso vivere senza di te. Addio, è finita».
La morte di Rita era cominciata molti anni prima. Forse, come quella di ogni essere umano, con il primo respiro al momento della nascita. Ma con la morte come compagna di viaggio, il cammino si era accelerato.
Rita era stata ferita dall’assassinio di suo padre e di suo fratello, aveva cominciato ad agonizzare con la morte di Giovanni Falcone e aveva finito di morire con l’assassinio di Paolo Borsellino. Rita era ferita da quando aveva undici anni e, sei anni dopo, decise di porre fine alla propria agonia.

Il corpo di Rita venne sepolto nel cimitero di Partanna. La piccirilla tornò a Partanna, ma questa volta accompagnata dall’amore e dall’affetto di persone che Rita non aveva mai conosciuto.
Le donne di Palermo organizzarono una marcia silenziosa dalla piazza del paese fino al cimitero. Sotto il sole aggressivo dell’estate siciliana, donne provenienti da ogni angolo della Sicilia raggiunsero Partanna e si misero alla testa del corteo.
Erano donne che avevano, in un modo o nell’altro, qualcosa a che fare con la mafia. Vedove, orfane, madri, sorelle, zie e nipoti di qualcuno assassinato dalla mafia. Alcune, come Piera e Rita, non volevano essere ridotte a una categoria della mafia; altre avevano sofferto la perdita di un familiare perché si era trovato sulla traiettoria della mafia o, per meglio dire, dei suoi proiettili.
Molte di loro erano le stesse donne che un anno prima avevano portato sulle spalle la bara di Rita. Quelle donne, sole, percorsero le strade di Partanna sotto lo sguardo degli uomini che le osservavano come se una fiera stesse attraversando il paese. Tutte portavano una rosa rossa in mano. Alcune reggevano cartelli con la scritta: «Rita, sempre con noi».
Piera non poté partecipare né al funerale né al primo anniversario della morte di Rita, ma ogni volta che tornava in Sicilia per testimoniare si recava in segreto al cimitero per lasciare dei fiori sulla tomba di suo marito e su quella di sua cognata. Rita, inconsapevolmente, divenne un esempio per molte persone, soprattutto per altre donne. Ma, così come la sua vita non era mai stata facile, neppure la sua morte lo sarebbe stata.
Il 2 novembre, il giorno dei morti, sua madre — che non aveva partecipato né al funerale né alla sepoltura — entrò nel cimitero, come tante altre persone quel giorno. Vestita di nero, come faceva da più di sei anni — come si addiceva a una vedova —, con una borsa in mano, camminò fino alla tomba di suo marito, di suo figlio e di sua figlia. La tomba di Rita era decorata con una lapide di marmo a forma di libro aperto, sulla quale erano incise la fotografia della ragazza e la frase: «La verità vive».
Sua madre aprì la borsa, estrasse un martello e cominciò a distruggere la lapide che identificava la tomba di sua figlia. Frammenti di marmo rimasero sparsi sul terreno. La fotografia di Rita portava i segni dei violenti colpi inferti dal ferro.
Sua madre aveva scelto quel giorno perché tutta Partanna potesse vederla. Doveva dimostrare che, al di sopra di ogni altra cosa, lei era una vedova di mafia. Rita era una ragazza di diciassette anni, cresciuta in mezzo alla mafia per volontà o per maledizione di chissà chi. Rita era diventata adulta fin dall’infanzia, quando aveva dovuto comprendere che già nel grembo di sua madre si trovava in pericolo.
Rita visse soltanto quanto poté. Rita sopportò il dolore finché ne ebbe la forza. E nel mezzo di quel lungo attraversamento dell’inferno, Rita scelse di fare la cosa giusta. Oggi, in tutta Italia, strade, cooperative, scuole e centri sociali portano il suo nome e ne custodiscono la memoria. Che quell’amore che cercò così a lungo e che così spesso le sfuggì continui a ricordarla: la «mafiosa in gonnella» o, come piaceva di più a lei, la piccirilla di Paolo Borsellino.
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