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Governance criminale e neoliberismo deregolatorio

  • Immagine del redattore: Leonardo Grosso & Pablo Amarante
    Leonardo Grosso & Pablo Amarante
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 10 min
Più di 100 milioni di persone in America Latina vivono sotto forme di governance criminale. Nella periferia metropolitana di Buenos Aires, la disputa territoriale tra bande non si combatte più soltanto con le pistole: l’uso di mitragliatrici artigianali mostra una nuova dimensione della violenza criminale a San Martín.
Governance criminale e neoliberismo deregolatorio
Governance criminale e neoliberismo deregolatorio

La governance criminale è il concetto utilizzato per descrivere il modo in cui le organizzazioni illegali arrivano a esercitare funzioni di governo, creando un ordine sociale parallelo che sostituisce, integra o compete con lo Stato. Non si tratta di un semplice aumento della criminalità, ma della costruzione di sovranità parallele: i gruppi criminali stabiliscono le regole del gioco nei territori che controllano, forniscono sicurezza o garantiscono determinati beni e servizi là dove lo Stato non arriva.


Il fenomeno


Il fenomeno ha raggiunto dimensioni continentali. Un rapporto di IDEA Internazionale e della Scuola di Governo della Pontificia Universidad Católica de Chile sostiene che attualmente più di 100 milioni di persone in America Latina vivono sotto qualche forma di governance criminale, con un impatto diretto sulla sicurezza dei cittadini, sulla fiducia nelle istituzioni e sulla qualità della democrazia. Anche la dimensione della violenza è eloquente: secondo un’analisi pubblicata da Prosegur Research, almeno 108.838 persone sono state uccise nel corso del 2025, con un tasso vicino a 17,6 omicidi ogni 100.000 abitanti.


Da parte sua, il rapporto Organized Crime and Violence in Latin America and the Caribbean, pubblicato dalla Banca Mondiale nel 2025, sottolinea che l’America Latina e i Caraibi si caratterizzano per il più alto tasso medio di omicidi al mondo e concentrano circa un terzo degli omicidi globali, pur rappresentando appena il 9% della popolazione mondiale. Tutto questo avviene in una regione che, in termini generali, non è attraversata da guerre convenzionali.


Le riforme di mercato attuate in gran parte dell’America Latina durante gli anni Novanta hanno modificato profondamente le capacità e le funzioni degli Stati. La riduzione della spesa pubblica, la deregolamentazione di determinati mercati e il progressivo arretramento delle capacità statali in settori strategici hanno creato, in alcuni territori, condizioni che in seguito hanno facilitato l’espansione dei mercati illeciti e di attori capaci di mettere in discussione il monopolio statale della coercizione.


Il rapporto tra questi due fenomeni non è tuttavia né meccanico né lineare: la criminalità organizzata risponde a molteplici cause e ha dimostrato una notevole capacità di adattamento a contesti politici ed economici differenti. Tuttavia, l’indebolimento delle capacità statali può aprire spazi che altri attori sono in grado di occupare. Nei territori in cui emerge la governance criminale, agenti dello Stato e organizzazioni illegali interagiscono in molteplici forme, dando luogo a sistemi alternativi di regolazione caratterizzati da relazioni patrimoniali, corruzione, protezione e elevati livelli di opacità, che entrano in tensione con la concezione weberiana dello Stato moderno e con la sua pretesa di esercitare il monopolio legittimo della violenza.


Riconoscere il ruolo dei programmi neoliberali nella trasformazione delle capacità statali non significa, tuttavia, sostenere che i governi popolari o progressisti dell’America Latina, e in particolare quelli argentini, abbiano affrontato questa problematica in modo efficace. Spesso è accaduto il contrario: i loro ripetuti fallimenti nel controllare determinati territori, contrastare le economie criminali e costruire politiche di sicurezza efficaci hanno contribuito ad ampliare il vuoto di risposte di fronte a una problematica sempre più complessa.


È in questo scenario che emergono soluzioni del tipo “Bukele”, nelle quali la destra radicale e i suoi discorsi sull’ordine, l’autorità e la sicurezza cominciano a presentarsi come alternative concrete per settori della cittadinanza sottoposti quotidianamente alla violenza e all’avanzata della criminalità organizzata. L’assenza di una narrativa democratica sulla sicurezza e di proposte innovative non fa che ampliare quello spazio politico, permettendo alle soluzioni della destra radicale di riprodursi come gli unici immaginari capaci di recuperare il controllo territoriale.


Argentina e le sue periferie metropolitane


In Argentina, il fenomeno assume caratteristiche particolari. Il politologo Benjamin Lessing sostiene che la governance criminale non presuppone necessariamente l’assenza dello Stato, ma può svilupparsi all’interno di ambiti più ampi di potere statale, attraverso relazioni di interazione e, in alcuni casi, di simbiosi tra agenti statali e organizzazioni criminali. Queste relazioni possono assumere forme diverse, dalla protezione e dalla corruzione fino ad accordi informali di convivenza o cooperazione.


A Rosario, per esempio, Javier Auyero e Katherine Sobering utilizzano il concetto di “Stato ambivalente” per descrivere territori in cui l’azione statale combina, in modo contraddittorio, il rispetto della legge con relazioni clandestine di protezione, connivenza e regolazione delle economie illegali. Non si tratta, quindi, di uno Stato assente, bensì di uno Stato la cui presenza può assumere forme simultaneamente punitive e permissive.


Questa ambivalenza mina l’autorità statale e approfondisce la crisi di legittimità: le forze di sicurezza combattono la criminalità organizzata o alcuni dei loro agenti fanno parte delle reti che la proteggono? La giustizia può garantire una risposta efficace quando esistono legami tra attori statali e mercati illegali? Quando questi confini diventano sfumati, la cittadinanza perde la capacità di distinguere con chiarezza tra coloro che esercitano funzioni statali e coloro che partecipano alle organizzazioni criminali.


Il risultato è doppiamente grave. Da un lato, si produce un disincentivo a denunciare i reati quando la cittadinanza percepisce che le istituzioni incaricate di prevenirli, investigarli e sanzionarli non sono in grado di garantire una risposta efficace. Dall’altro, si perde progressivamente il controllo sullo spazio pubblico condiviso: piazze, strade, club, scuole e altri luoghi di incontro e socializzazione. Ciò introduce una dimensione territoriale nel fenomeno e consente di considerarlo anche come una forma di perdita di sovranità all’interno delle proprie frontiere.


La socializzazione comunitaria perde terreno quando l’azione statale è inefficiente, intermittente o contraddittoria. E questa perdita dello spazio comune non è un effetto secondario: indebolisce le reti sociali che sostengono la vita comunitaria e facilita l’occupazione di questi spazi da parte di altri attori, che vi stabiliscono le proprie regole. Non esistono spazi vuoti: ciò che lo Stato e la comunità abbandonano può essere occupato dalla criminalità organizzata.


La criminalità contemporanea, inoltre, non può più essere ridotta al narcotraffico né alle strutture criminali tradizionali. Si esprime attraverso reti flessibili e adattive, capaci di intervenire simultaneamente in diversi mercati illeciti e di combinare attività come il narcotraffico, l’estorsione, il riciclaggio di denaro, i prestiti informali, il commercio illegale e il controllo territoriale.


Questa complessità comincia a diventare visibile nella provincia di Buenos Aires, la cui dinamica criminale non può essere analizzata separatamente dai legami territoriali ed economici che mantiene con Santa Fe. Affrontare questa problematica esclusivamente sulla base dei confini provinciali e municipali risulta insufficiente: le organizzazioni criminali articolano le proprie attività oltre le giurisdizioni amministrative e sfruttano proprio le difficoltà di coordinamento tra i diversi livelli dello Stato.


San Martín, termometro di una crisi


Il partido di San Martín, nel cuore della periferia metropolitana di Buenos Aires, è diventato un caso emblematico dell’espansione della violenza associata ai mercati illegali della droga. Il distretto permette di osservare, su scala territoriale, alcune delle dinamiche descritte in questo testo: dispute per il controllo territoriale, circolazione di armi, economie criminali, violenza letale e una crescente difficoltà dello Stato nel garantire un controllo effettivo dello spazio pubblico.


I numeri sono eloquenti. Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio sul Narcotraffico e le Violenze Associate di San Martín, tra gennaio e giugno 2026 sono stati registrati 22 omicidi volontari e 30 episodi altamente lesivi. Gli omicidi sono aumentati del 29,4% rispetto al primo semestre del 2025, mentre gli episodi altamente lesivi sono cresciuti del 50%.


Sul totale degli episodi rilevati, il 46% delle vittime di cui è stato possibile registrare l’età aveva tra i 16 e i 25 anni. Il 77% degli omicidi e l’80% degli episodi altamente lesivi presentano un legame con il narcotraffico. Tra questi ultimi, inoltre, il 58% dei casi collegati ai mercati illegali della droga è risultato associato a dispute territoriali.


La violenza non è un fenomeno isolato. Nel 2025, San Martín registrava già uno dei tassi di omicidio più elevati della provincia: 5,57 ogni 100.000 abitanti, rispetto a una media provinciale di Buenos Aires di 4,6. Nel primo trimestre del 2026, il distretto ha registrato 20 omicidi volontari, una cifra equivalente al 48,8% di tutti gli omicidi registrati nel corso del 2025. Il tasso trimestrale ha raggiunto 4,44 omicidi ogni 100.000 abitanti, più di tre volte la media provinciale per lo stesso periodo.


Lo scorso 7 agosto, una sparatoria tra due bande e la polizia nei pressi del centro di San Martín ha nuovamente messo in evidenza una nuova dimensione del conflitto. Gli scontri non vengono più risolti soltanto con armi corte: nelle successive perquisizioni sono state sequestrate due mitragliatrici artigianali e un caricatore con capacità di 50 proiettili, elementi che mostrano un significativo aumento della potenza di fuoco disponibile alle organizzazioni legate al microtraffico di droga. L’episodio non può essere letto semplicemente come un fatto di criminalità comune: si inserisce in una disputa territoriale tra gruppi che competono per il controllo dei mercati illegali e che cominciano a mostrare una capacità di fuoco sempre maggiore.


A San Martín, l’espansione del microtraffico di droga ha trovato nell’Área Reconquista un ecosistema necessario alla propria riproduzione, un territorio attraversato da condizioni di vulnerabilità, segregazione urbana e una presenza statale diseguale. Qui, anche la figura del tranza si è trasformata: non appare più soltanto come venditore di droga, ma può assumere funzioni di prestatore di denaro, fornitore di servizi, intermediario e referente territoriale.


Per alcuni giovani, inoltre, la figura del narco può rappresentare una via di accesso non solo a un reddito economico, ma anche a prestigio, riconoscimento e rispetto, soprattutto là dove i percorsi legali di mobilità sociale appaiono limitati. Le ricerche condotte direttamente sul territorio mostrano precisamente come queste dimensioni simboliche si articolino con l’espansione delle economie illegali.


La politica di sicurezza tradizionale tende a ripetersi: più poliziotti, più pattuglie, più operazioni. Le stesse risposte vengono applicate ancora e ancora di fronte a un fenomeno che, tuttavia, si trasforma e acquisisce nuove capacità. Il problema non è che la presenza della polizia sia irrilevante, ma che una strategia incentrata esclusivamente sulla dimensione securitaria risulta insufficiente per affrontare organizzazioni che, oltre a esercitare violenza, disputano territori, controllano mercati, accumulano capitale, corrompono istituzioni e costruiscono forme di autorità su determinati settori della società.


Di fronte a questa realtà, si impone un cambio di prospettiva. La proposta di legge sui Beni Restituiti, recentemente presentata alla Camera dei Deputati della provincia di Buenos Aires, costituisce un esempio di come ampliare la strategia contro la criminalità organizzata oltre la dimensione strettamente securitaria.


Se le organizzazioni criminali funzionano anche come strutture economiche capaci di accumulare, amministrare e reinvestire risorse, lo Stato deve intervenire su questa dimensione: identificare, confiscare e recuperare i beni collegati alle economie illecite per impedire che tali risorse tornino a rafforzare le stesse organizzazioni criminali. La persecuzione penale e l’azione di polizia sono necessarie, ma senza una strategia di de-capitalizzazione economica, la capacità di riproduzione della criminalità organizzata rimane pressoché intatta.


Alcune questioni da affrontare


  • Pensare il territorio per corridoi, non per comuni. Le organizzazioni criminali non rispettano i confini amministrativi e articolano le proprie attività attraverso diversi comuni e province. La frammentazione delle giurisdizioni può essere sfruttata per ostacolare le indagini, la persecuzione penale e il coordinamento delle forze di sicurezza.


  • Sviluppare una politica integrale di disarmo. Ridurre la circolazione e la disponibilità di armi da fuoco nei circuiti criminali è una condizione indispensabile per diminuire la violenza e recuperare il controllo territoriale. Lo Stato ha bisogno di una politica sostenuta nel tempo che combini prevenzione, controllo, indagine e riduzione della disponibilità di armi nelle mani delle organizzazioni criminali.


  • Rafforzare la prevenzione e l’approccio al consumo problematico. L’espansione del consumo di sostanze richiede una risposta pubblica adeguata alla sua dimensione sociale e sanitaria. La politica di sicurezza deve incorporare una strategia di salute pubblica capace di ridurre i danni associati al consumo e, allo stesso tempo, diminuire la domanda che sostiene i mercati illegali.


  • Affrontare l’economia del crimine. Il narcotraffico e le altre attività criminali organizzate costituiscono mercati economici che generano reddito, accumulano capitale, acquisiscono beni, utilizzano meccanismi di finanziamento e hanno bisogno di incorporare tali risorse nel circuito legale. È necessario integrare sistematicamente il Ministero dell’Economia, gli organismi di intelligence finanziaria e le strutture specializzate nelle indagini patrimoniali nella strategia contro la criminalità organizzata.


  • Costruire una politica per l’occupazione e la mobilità sociale. Lo Stato deve essere in grado di offrire alternative concrete rispetto ai redditi, alle reti di appartenenza e alle aspettative di ascesa sociale che possono offrire le economie criminali. Non si tratta soltanto di creare programmi assistenziali, ma di garantire occupazione, formazione professionale, qualificazione e un reddito che permetta di costruire un progetto di vita al di fuori delle strutture criminali.


  • Recuperare lo spazio pubblico. Non esistono spazi vuoti. Quando piazze, strade, club, scuole e altri luoghi di incontro cessano di essere spazi di uso comunitario, si indeboliscono le reti sociali che sostengono la vita collettiva e si facilita l’occupazione di quegli spazi da parte di altri attori. Il recupero dello spazio pubblico deve essere, pertanto, una politica di sicurezza e di ricostruzione comunitaria: illuminazione, infrastrutture, attività sportive e culturali, presenza dello Stato e partecipazione dei cittadini devono accompagnare le operazioni di polizia.


  • Affrontare l’abbandono scolastico come un’emergenza. La permanenza dei giovani nel sistema educativo deve diventare una priorità strategica delle politiche di prevenzione. Non basta mantenere l’iscrizione scolastica: è necessario individuare tempestivamente i percorsi di abbandono, rafforzare le équipe di accompagnamento e creare meccanismi che permettano di recuperare coloro che sono già usciti dal sistema. Una politica di sicurezza di lungo periodo si costruisce anche evitando che i giovani rimangano fuori dalla scuola e senza prospettive per il futuro.


  • Impedire il consolidamento di territori al di fuori della portata effettiva dello Stato. Nessuna zona può essere sottoposta a un regime di autorità criminale nel quale le istituzioni pubbliche non siano in grado di entrare, rimanere e svolgere le proprie funzioni. Non basta recuperare un quartiere attraverso un’operazione: tutto lo Stato deve rimanere dopo l’operazione e garantire lì, quotidianamente, sicurezza, servizi e diritti.


L’agenda pubblica sulla criminalità organizzata deve smettere di essere una preoccupazione settoriale per diventare una vera politica di Stato. Non solo perché la violenza criminale incide sulla sicurezza quotidiana, ma perché erode la qualità democratica, indebolisce la fiducia nelle istituzioni e condiziona la capacità di qualsiasi governo di esercitare la propria autorità sul territorio.


Il paradosso della lotta alla criminalità organizzata è che gran parte della classe dirigente continua a offrire risposte conosciute di fronte a un fenomeno che ha cambiato scala e natura. Più poliziotti e più pattuglie possono essere necessari, ma non sono sufficienti per affrontare organizzazioni che, oltre a esercitare violenza, disputano territori, controllano mercati, accumulano capitale, costruiscono reti di protezione e generano forme di autorità parallela.


Rompere con questa logica significa smettere di pensare alla criminalità organizzata esclusivamente come a un problema di sicurezza e iniziare ad affrontarla come un problema di sovranità, economia, territorio e democrazia. Finché lo Stato continuerà a rispondere in modo frammentato a organizzazioni che operano in maniera integrata, la periferia metropolitana di Buenos Aires continuerà a essere teatro di una disputa territoriale che lo Stato non riesce ancora a comprendere pienamente e, proprio per questo, nemmeno a vincere.

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