Pio La Torre: la legge e la mafia
- Lucas Manjon

- 9 mag
- Tempo di lettura: 8 min
A Palermo, una legge cambiò il rapporto tra lo Stato e la mafia. Pio La Torre fu uno dei suoi promotori.

Nel cuore della notte, dalla campagna e dal mare viene inviata merce verso il Mercato di Ballarò di Palermo. Non ci furono imprenditori, funzionari o duchi a tagliare un nastro inaugurale, ma i mercanti dell’Alto Medioevo iniziarono a riunirsi a Ballarò e lo trasformarono in un mercato a cielo aperto. Come non ebbe mai un’apertura ufficiale, non ha neppure una chiusura. È occupato ventiquattr’ore al giorno da compratori, venditori, lavoratori, curiosi, turisti e mafiosi. Palermo è un Mercato di Ballarò su larga scala. Neppure lei dorme. All’alba, quando ormai non si sente più il rumore di un motore o il grido di qualche insonne, i palermitani sonnecchiano e il traffico è uno dei loro incubi.
La mattina del 30 aprile 1982, il sole scaldava abbastanza da far dimenticare l’inverno, che formalmente aveva lasciato l’emisfero nord appena un mese prima. Quel giorno Rosario Di Salvo ripeté la sua routine. Scese dall’auto e aspettò appoggiato alla portiera del passeggero finché Pio La Torre non salì. Si dirigevano verso la sede del Partito Comunista Italiano, dove militavano da molti anni. Poco dopo le nove del mattino rimasero intrappolati nell’incubo del traffico. La Fiat 132 beige guidata da Rosario Di Salvo entrò in una strada stretta. Le auto parcheggiate costringevano a procedere in fila indiana. Quando la strada si fece ancora più stretta e gli specchietti retrovisori iniziarono a urtarsi tra loro, due uomini in motocicletta superarono la Fiat 132 e iniziarono a sparare. Da un’auto parcheggiata, altri uomini si unirono alla sparatoria. Rosario estrasse la pistola e sparò quattro volte, mentre cercava di proteggere Pio con il proprio corpo. Diverse pallottole lo colpirono. Altre raggiunsero Pio, che morì poche ore dopo.
Pio La Torre nacque alla vigilia di Natale del 1927, ad Altarello di Baida, un borgo alla periferia di Palermo. Figlio di contadini, fin da piccolo lavorò insieme ai suoi quattro fratelli nella Conca d’Oro, una regione ricca di risorse controllata dai latifondisti e dalla mafia. Nonostante le giornate di lavoro, studiava alla luce delle candele e, a diciotto anni, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, entrò all’Università di Palermo e aderì al Partito Comunista Italiano (PCI).
Dopo l’espulsione dell’esercito nazista dall’Italia, il governo avviò una serie di programmi agrari per garantire condizioni minime di vita ai contadini, soprattutto nel sud del paese. Il primo governo italiano dopo la lunga notte fascista incluse membri di diversi partiti politici, tra cui il Partito Comunista Italiano (PCI).
Esponenti del PCI promossero l’accesso alla terra per i contadini. Il principale rappresentante fu Fausto Gullo, un calabrese nominato Ministro dell’Agricoltura nel 1944. Quattro anni dopo, attraverso un decreto che portava il suo nome, venne riconosciuta l’occupazione delle terre da parte dei sindacati contadini. Il decreto comportò il trasferimento di oltre centottantamila ettari di terre incolte o sottoutilizzate dai latifondisti ai contadini. La politica agraria di Gullo terminò quando venne rimosso dall’incarico. Due delle prime vittime nacquero dall’alleanza tra i latifondisti e la mafia.
Epifanio Li Puma era un contadino e dirigente sindacale nella parte occidentale di Palermo. Difensore delle organizzazioni sindacali, il 2 marzo 1948 due uomini a cavallo lo raggiunsero e lo uccisero a colpi di pistola. Otto giorni dopo, nella città di Corleone, il dirigente sindacale contadino Placido Rizzotto venne sequestrato e assassinato. Il capo del clan, il medico Michele Navarra, il giorno seguente praticò un’iniezione letale a un ragazzo di dodici anni che aveva assistito al sequestro.
La violenza contro i contadini si diffuse rapidamente. I latifondisti impiegarono la mafia per minacciare e assassinare i sindacalisti e le famiglie contadine che si rifiutavano di obbedire agli ordini. Una di queste era la famiglia di Pio La Torre, che era già un punto di riferimento per molti contadini della zona grazie alla sua attività politica. Una famiglia mafiosa che aveva offerto a Pio La Torre di unirsi al partito politico da loro sostenuto incendiò le porte della stalla dopo il suo rifiuto. Il padre di Pio La Torre chiese al figlio di abbandonare l’attività politica o lasciare la casa. Il resto della famiglia non era abituato né desiderava attirare l’attenzione dei latifondisti e della mafia. Pio raccolse i suoi vestiti, i suoi libri e partì per Palermo.
La Conca d’Oro
Una nuova ondata di proteste contadine iniziò nel sud Italia. Pio La Torre propose l’occupazione di massa delle terre a Bisacquino, a sud di Palermo. Il 10 marzo 1950 — nel secondo anniversario del sequestro e dell’assassinio di Placido Rizzotto — Pio, insieme a seimila persone, suddivise circa duemila ettari da distribuire ai contadini. Quando gli occupanti stavano tornando alle loro case, la polizia organizzò un’operazione per impedirne il rientro. Gli insulti volavano da una parte all’altra e in pochissimo tempo arrivarono le pietre e i colpi d’arma da fuoco. Pio cercò di fermare la repressione, ma la polizia avanzò comunque. Cento contadini, tra cui Pio, finirono arrestati. Fu accusato di aver colpito un tenente di polizia durante gli scontri.
Il processo tardò diciassette mesi ad arrivare e nel frattempo lo mantenne nel carcere dell’Ucciardone di Palermo. Considerato coinvolto in un reato politico, a Pio La Torre venne applicato il regime di isolamento e per diversi mesi non ebbe contatti con l’esterno. Durante quei diciassette mesi morì sua madre, alla quale Pio non poté dare l’ultimo saluto. Mentre era detenuto nacque anche il suo primo figlio, Filippo. Per farglielo conoscere, sua moglie Giuseppina dovette consegnare il bambino a una guardia carceraria e aspettare in un ufficio del carcere mentre glielo presentavano. Il processo iniziò nell’agosto del 1951. Dopo dieci udienze senza che la polizia presentasse prove in grado di dimostrare l’aggressione, Pio venne liberato.
Pio tornò rapidamente alle attività del partito. Il suo impegno e la sua capacità di mobilitazione lo portarono verso una carriera politica più istituzionale: prima venne eletto Segretario della Camera del Lavoro e poco dopo consigliere comunale di Palermo. Gli anni di Pio nel Consiglio Comunale di Palermo (1952-1966) furono segnati dalla lotta contro l’alleanza tra lo Stato e la mafia. Dalla fine degli anni Cinquanta fino alla metà degli anni Settanta, un gruppo di funzionari pubblici della Democrazia Cristiana (DC), imprenditori e mafia demolì il patrimonio architettonico della città e costruì edifici di pessima qualità. I funzionari concedevano permessi edilizi e denaro a imprenditori legati alla mafia. Coloro che ricevevano il denaro erano prestanome al servizio di Cosa Nostra, che in cambio garantiva sostegno, soprattutto elettorale. A Palermo, in una sola notte, vennero concesse più di tremila licenze edilizie a sole cinque persone, tra cui il custode addetto alle pulizie di un edificio.
L’impegno e le capacità politiche di Pio La Torre lo portarono fino alla Segreteria Generale del PCI siciliano e poi a livello nazionale. Si era già laureato in Scienze Politiche all’Università di Palermo e la sua conoscenza dei due grandi problemi della Sicilia, oltre a essere solida, veniva espressa con chiarezza ogni volta che prendeva la parola. Si candidò al Parlamento e venne eletto nel 1972.
La legge
Uno dei suoi primi incarichi come deputato fu la Commissione Antimafia. Creata dopo la prima guerra di mafia, per anni era rimasta quasi paralizzata. Pio La Torre conosceva la trasformazione della mafia. Nata dallo stretto rapporto con la campagna e il mercato, con la crescita dello Stato e la concentrazione del suo potere nella città, la mafia si era trasferita a Palermo.
Insieme al deputato Cesare Terranova, un magistrato siciliano che, dopo una serie di fallimenti giudiziari nella lotta contro la mafia, aveva accettato di candidarsi come deputato, cercò di rilanciare la Commissione Antimafia. Insieme elaborarono nuovi rapporti, ascoltarono le vittime e indicarono chi fossero i funzionari di Palermo collusi con la mafia. In uno di quei rapporti inserirono un progetto per creare strumenti giudiziari destinati a indagare la mafia.
Nell’allegato “Disposizioni contro la mafia” proposero due innovazioni. La prima fu l’introduzione del reato di associazione di tipo mafioso e la possibilità di punire con fino a dieci anni di carcere coloro che ne facessero parte. La seconda, quella che suscitò maggiore preoccupazione all’interno della mafia, fu l’obbligo per i giudici di confiscare i beni mafiosi. Pio La Torre e Cesare Terranova sapevano che i membri della mafia accettavano il carcere come parte del rischio. Perdere il denaro, le case e i terreni significava il crollo del loro potere economico e simbolico, oltre al rafforzamento del loro principale nemico: lo Stato.
Quando terminò il suo mandato, Cesare Terranova tornò al suo incarico di magistrato a Palermo. Tre mesi dopo il suo ritorno in Sicilia e l’inizio delle indagini su Cosa Nostra, il 25 settembre 1979, mentre si recava in tribunale in automobile, venne assassinato a colpi di arma da fuoco insieme al poliziotto Lenin Mancuso, suo autista e agente di scorta. L’ordine fu dato da Luciano Leggio, un boss mafioso che Cesare aveva definito un bastardo quando si era rifiutato di dichiarare i nomi dei propri genitori durante un processo. Leggio ricordò quell’episodio per anni e la cupola di Cosa Nostra approvò l’assassinio di Cesare Terranova.
La mafia aveva preso la decisione di assassinare i funzionari dello Stato che la contrastavano. Terranova non era stato il primo. Michele Reina, segretario regionale della Democrazia Cristiana, e Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile della Polizia, erano stati assassinati quello stesso anno pochi mesi prima. Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Siciliana, Emanuele Basile, capitano dei Carabinieri, e Gaetano Costa, magistrato di Palermo, sarebbero stati assassinati l’anno successivo. In Sicilia, i cadaveri si accumulavano. E alla violenza mafiosa si aggiungevano i pericoli della Guerra Fredda.
Nel 1981, Pio chiese ai dirigenti del PCI di poter tornare in Sicilia per coordinare le azioni contro l’installazione di una base militare della NATO. Una delle prime attività fu una raccolta massiccia di firme alla quale parteciparono dal Partito Comunista fino alla Chiesa Cattolica. In un anno raccolsero più di un milione di firme e l’11 ottobre 1981, accompagnati da oltre trentamila persone, le presentarono al governo nazionale. Le manifestazioni contro l’installazione della base si diffusero in tutto il continente. Nella città di Bonn, in Germania, una manifestazione organizzata dal Movimento Europeo per la Pace riunì trecentomila persone. Quattordici giorni dopo la marcia in Sicilia, un’altra manifestazione da Milano a Roma riunì altre duecentomila persone.
Dopo
La mattina del 30 aprile 1982, quando la notizia dell’assassinio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo iniziò a diffondersi per le strade di Palermo, i sospetti si indirizzarono rapidamente verso Cosa Nostra. Un giorno dopo la Festa Internazionale dei Lavoratori si celebrò il funerale congiunto di Pio e Rosario nella Piazza Politeama di Palermo. Vi parteciparono più di centomila persone. Pio sapeva che, in quel contesto, le sue azioni rappresentavano una forma di auto-condanna a morte e aveva chiesto ai suoi compagni che il suo funerale “non fosse soltanto un giorno di lamentazioni, ma anche un giorno di lotta per tutti i lavoratori”.
Come era accaduto con molti altri omicidi eccellenti, la mafia cercò di coprire le tracce del proprio grilletto attraverso falsi comunicati che attribuivano gli assassinii a gruppi politici di estrema sinistra. Nonostante i “veleni”, come vennero chiamate le manovre diversive della mafia e dei settori corrotti dello Stato, i compagni e la famiglia di Pio mantennero sempre ferme le loro accuse contro la responsabilità mafiosa. L’assassinio di Pio La Torre costrinse lo Stato nazionale a dare una risposta e accelerò l’arrivo in Sicilia del generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa per contrastare la mafia.
Dalla Chiesa arrivò sull’isola con un incarico preciso, ma con scarso sostegno materiale e politico. Il suo lavoro in Sicilia durò molto poco. Il 3 settembre 1982, pochi mesi dopo, fu vittima di un agguato organizzato dalla mafia insieme a sua moglie e a un agente di scorta. Tutti e tre morirono sul colpo. In meno di ventiquattr’ore, il governo nazionale fu costretto a chiedere al Parlamento l’approvazione del progetto presentato da Pio La Torre e Cesare Terranova quando erano ancora deputati. Il 24 settembre 1982, con la legge 646, vennero introdotti nel Codice Penale il reato di associazione mafiosa e l’obbligatorietà della confisca dei beni mafiosi.
Per chiarire gli omicidi di Pio e Rosario fu necessaria la collaborazione di mafiosi che divennero collaboratori di giustizia e indicarono Pino Greco, Giuseppe Lucchese, Nino Madonia, Mario Prestifilippo e Salvatore Cucuzza come membri del commando di sicari. Nonostante le confessioni, per molto tempo si sospettò che servizi segreti nazionali e internazionali avessero partecipato all’assassinio. Infine, quando Salvatore Cucuzza venne arrestato nel 1996, riconobbe di aver fatto parte del gruppo di killer, confermò l’identità dei suoi complici e dichiarò che Salvatore Totò Riina — capo di Cosa Nostra — aveva ordinato l’omicidio.
La legge promossa da Pio La Torre rappresenta un punto di svolta nella lotta moderna contro la mafia. La confisca dei beni aprì un nuovo modo di contrastare il crimine organizzato. Quei beni iniziarono a essere riutilizzati socialmente. La legge porta il suo nome.
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