Rossella Casini: il volto della storia
- Lucas Manjon & Giulia Baruzzo

- 5 apr 2021
- Tempo di lettura: 12 min
La storia di Rossella Casini è una storia di donne, di molte donne: la sua, quella di sua madre, delle sue amiche e delle sue compagne di università; ma anche quella di sua cognata e di coloro che decisero la sua morte. Questa è una parte della sua storia.

Molte volte, quando ci riferiamo alle vittime innocenti delle mafie italiane, si tende a pensare che si parli soltanto di persone che vivevano nelle comunità delle regioni del Sud Italia, dove le mafie tradizionali — Cosa Nostra, la Camorra, la Sacra Corona Unita e la ’Ndrangheta — hanno avuto origine. In realtà, tra le oltre mille storie di vittime innocenti delle mafie in Italia — come testimonia l’elenco ufficiale dell’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie — molte appartenevano a regioni diverse, tanto del Nord quanto del Centro del Paese, e lungo il proprio cammino si imbatterono, un giorno qualsiasi e per le ragioni più diverse, in un «incidente», in una persona o in un contesto legato all’ambiente criminale mafioso.
Quelle persone innocenti, molte delle quali donne, non si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato: stavano semplicemente vivendo il proprio tempo, la propria vita, e la persero senza alcuna colpa, in alcuni casi persino mentre lottavano contro le mafie. La ’Ndrangheta è una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo e la sua storia è costellata di nomi comuni e volti sconosciuti, nomi e volti appartenuti a lavoratrici e lavoratori che, in alcuni casi, si trasformarono in paura e oblio e, in altri, in una vergogna familiare capace di contaminare persino la memoria.
Sono due i motivi per cui le donne vengono uccise dai membri della ’Ndrangheta: alcune vengono ammazzate per caso o per un destino avverso, altre perché la mafia ritiene necessario eliminarle. Qualunque sia il motivo, l’elevato numero di donne assassinate dalla mafia dimostra che non esiste alcun «codice» capace di risparmiare donne e bambini dalla violenza mafiosa.
Decine e decine di donne sono state e continuano a essere sterminate per essersi arrogate il diritto di seguire i propri sentimenti, desideri e impulsi, o semplicemente per aver cercato di liberarsi dalla cappa e dalla brutalità degli ambienti mafiosi, nel tentativo di non finire vittime di una mentalità retrograda e maschilista.
Negli ultimi decenni, le donne hanno assunto anche un ruolo attivo all’interno delle organizzazioni criminali e, in modo più o meno autonomo, decidono se prendere parte o meno alle attività mafiose, continuando talvolta a ricoprire il ruolo storicamente imposto loro — quello di madre, sorella, figlia o moglie di un mafioso — oppure, come accade molto più raramente, arrivando a guidare una famiglia grazie alla profonda conoscenza delle dinamiche e degli affari criminali, acquisita anche proprio per essere state quel tipo di donna plasmata a immagine e somiglianza della mafia. Quando le donne riescono a dirigere una famiglia mafiosa, il loro potere risiede nei segreti raccolti nella vita quotidiana, arrivando talvolta a privilegiare il proprio potere persino a scapito dei propri figli.
Nello stesso periodo in cui si è cominciato a parlare e a percepire questa nuova ondata della millenaria rivoluzione femminile, anche nella società criminale — dove madri, mogli, sorelle e figlie sono abituate al silenzio e all’obbedienza — alcune donne hanno iniziato ad alzare la testa, a dire di no e a strappare dalle mani della mafia i propri figli, fratelli, mariti e padri, sottraendoli a un destino segnato dalla violenza, dal carcere e dalla morte. Ma questa rivoluzione non ha riguardato soltanto le donne legate alle organizzazioni mafiose: il coraggio ha attraversato anche quelle donne che, senza saperlo, hanno incrociato il destino della mafia, come accadde nella vita e nella morte di Rossella Casini.
Rossella nacque il 9 maggio 1956 a Firenze, una delle più importanti città d’arte d’Italia. La sua famiglia poteva rappresentare l’immagine tipica della famiglia occidentale durante gli anni d’oro del capitalismo. Suo padre, Loredano, era operaio alla Fiat, mentre sua madre, Clara, era una casalinga che si dedicava alla crescita della loro unica figlia.
Rossella crebbe sana e forte, con un volto dolce e occhi profondi, capaci di guardare oltre le persone. Dopo la scuola superiore decise di proseguire gli studi e si iscrisse all’Università di Firenze, al corso di laurea in Psicologia. Continuò a vivere con i genitori in Borgo La Croce, un quartiere molto vicino allo storico mercato di Sant’Ambrogio.
La loro casa si trovava in un antico palazzo del XV secolo, costruito originariamente per accogliere i poveri e gli ammalati e che, con il passare del tempo e i mutamenti politici dell’allora Repubblica fiorentina, finì per diventare l’ultima dimora dei condannati a morte. Nello stesso palazzo in cui vivevano Rossella e i suoi genitori si trovavano piccoli appartamenti, perlopiù affittati a studenti universitari che frequentavano la sua stessa università.
Tra gli inquilini c’era anche un giovane studente universitario, che però frequentava un altro ateneo: studiava Economia a Siena. Il ragazzo, molto gentile ed educato con Rossella, non era di Firenze, ma proveniva dal comune di Palmi, una cittadina della Calabria, nel Sud Italia. Il giovane si chiamava Francesco Frisina e suo padre, Domenico, era il capo di una famiglia mafiosa calabrese.
Poco a poco, i due giovani si innamorarono e cominciarono a condividere le loro giornate e le loro notti, i loro sogni, ma non i loro incubi. Rossella e Francesco ufficializzarono il loro fidanzamento e, nell’estate del 1978, decisero di recarsi a Palmi insieme ai genitori di Rossella, per conoscere la famiglia di Francesco.
Durante il soggiorno delle due famiglie in Calabria, la convivenza sembrò del tutto normale e piacevole: entrambe le famiglie approvavano l’unione dei loro figli. Tuttavia, i genitori di Rossella notarono gli strani avvenimenti che scuotevano Palmi e che vedevano il padre di Francesco al centro di quelle vicende.
Al momento del viaggio, la Calabria, e in particolare la città di Palmi, era insanguinata da una faida — una guerra di mafia — tra i clan Condello-Parrello, da una parte, e Gallico-Frisina, dall’altra. La guerra durò fino al 1990 e lasciò dietro di sé più di un centinaio di morti.
I genitori di Rossella non riuscirono a comprendere fino in fondo la gravità del contesto e, l’anno successivo, permisero alla figlia di tornare a Palmi insieme alla madre e, naturalmente, a Francesco, per trascorrervi un altro periodo di vacanza. Mentre madre e figlia avevano cominciato a godersi il mare e le belle spiagge bagnate dal Mediterraneo, le azioni della mafia aprirono loro gli occhi per sempre.
Il 4 luglio 1979 Domenico Frisina — il padre di Francesco — venne assassinato. Rossella e sua madre scoprirono una realtà brutale e completamente sconosciuta, fatta di parole antiche come faida, ’ndrina e pizzo, e di immagini crudeli come quelle della famiglia criminale: la famiglia del suo fidanzato.
Con l’assassinio del futuro suocero, Rossella comprese perché Francesco le raccontasse soltanto i suoi sogni, evitando di parlare dei propri incubi. Quell’omicidio rivelò ogni cosa e Francesco raccontò a Rossella la storia della sua famiglia, che ormai era diventata anche parte della sua storia.
Dopo aver ascoltato Francesco, Rossella prese una decisione che avrebbe cambiato per sempre la sua vita, quella del suo compagno, quella della madre di lui e quella della propria madre. Convinse quest’ultima a tornare a Firenze, mentre lei rimase accanto al fidanzato in un momento tanto difficile come quello della perdita del padre.
Rossella rimase per diversi mesi in Calabria, ma gli studi e gli esami universitari la costrinsero infine a tornare a Firenze. Durante il viaggio in treno, avrebbe dovuto cambiare convoglio a Roma. Una volta arrivata nella capitale, cercò di mettersi in contatto con Francesco, rimasto a Palmi.
Quando finalmente riuscì a comunicare con qualcuno, non poté parlare con il fidanzato: la notte precedente Francesco era stato vittima di un attentato, aveva un proiettile conficcato nella testa ed era ricoverato in ospedale in gravi condizioni. La giovane fiorentina interruppe il viaggio e tornò immediatamente a Palmi, in Calabria.
Francesco rimase in coma per diversi mesi, lo stesso tempo che Rossella trascorse al suo fianco. Dopo mesi di incertezza, paura e anche di amore, Rossella riuscì a convincerlo ad accettare il trasferimento in un ospedale di Firenze, con il pretesto di ricevere cure mediche migliori. In realtà, Rossella cercava soprattutto di garantire a Francesco una maggiore sicurezza.
Sapeva molto bene che, se voleva salvargli la vita, doveva allontanarlo dalla sua stessa famiglia, da Palmi e dalla Calabria.
Rossella non era calabrese. Ma si innamorò di un mafioso calabrese. E, prima di molti poliziotti, giudici e magistrati, capì che per sconfiggere la ’Ndrangheta era fondamentale parlare, cercare all’interno dello Stato persone di cui potersi fidare per spezzare la catena di sangue e di morte.
Per fortuna, Rossella non era sola. C’era un poliziotto che conosceva la storia della faida di Palmi, conosceva la famiglia di Francesco e nel quale Rossella riponeva la propria fiducia. Mentre continuava le cure per le ferite riportate nell’attentato, nell’ospedale di Firenze, Francesco, su richiesta e grazie alla determinazione di Rossella, aveva accettato di collaborare con la giustizia.
Grazie alle prime dichiarazioni di Francesco, la magistratura riuscì immediatamente a fare luce su diversi omicidi legati alla guerra di mafia e a ricostruire anche l’organizzazione delle famiglie coinvolte nella faida. Il 14 febbraio 1980, la stessa Rossella testimoniò davanti al procuratore di Firenze e raccontò tutto ciò che aveva visto e sentito durante i suoi diversi soggiorni a Palmi.
Poiché le dichiarazioni di Rossella e Francesco riguardavano principalmente quanto accadeva in Calabria, parte degli atti venne trasmessa alla Procura di Palmi e, a causa delle infiltrazioni mafiose in diversi settori dello Stato, la famiglia di Francesco si rese rapidamente conto di ciò che stava accadendo a centinaia di chilometri di distanza.
La ragazza del Nord, la ragazza benestante della ricca città di Firenze, quella straniera dalle idee moderne, si era rivelata una cattiva influenza per il calabrese Francesco: doveva essere allontanata affinché potesse tornare la «normalità» di una faida senza interferenze esterne.
Tra i primi a manifestare preoccupazione per Rossella, Francesco e le dichiarazioni rese alla giustizia vi fu Pino Mazzullo, sposato con Concetta — la sorella di Francesco —, al quale disse: «Ci hanno inguaiati tutti!». Pino chiese di incontrare Francesco con l’obiettivo di convincerlo a interrompere la collaborazione con la giustizia e a ritrattare le dichiarazioni che aveva già reso alla polizia e alla magistratura.
L’incontro ebbe luogo a Torino, ma non fu possibile conoscerne l’esito. Poiché la polizia seguiva gli spostamenti dell’uno e dell’altro calabrese, tre giorni dopo l’incontro Pino e Francesco vennero arrestati.
Rossella comprendeva la preoccupazione della propria famiglia, ma il suo amore per Francesco la manteneva concentrata su un unico obiettivo: allontanarlo dalla mafia. Tuttavia, la paura e la pressione della ’Ndrangheta si facevano sempre più vicine.
Loredano Casini, il padre di Rossella, trovò nell’auto della figlia una lettera anonima contenente minacce di morte. Tentò più e più volte di convincerla a porre fine alla relazione con Francesco e cercò, in ogni modo possibile, di allontanarla dalla mafia. Ma Rossella non avrebbe rinunciato a Francesco.
Rossella cominciò a recarsi periodicamente in Calabria. Tra un viaggio e l’altro, in aereo, su strada o in treno, la giovane fiorentina pensava e cercava un modo per rispondere alle richieste e alle imposizioni della famiglia di Francesco.
La ricerca incessante di Rossella per garantire il benessere e la sicurezza, tanto per sé quanto per il suo compagno, si rivelava infruttuosa: il rapporto con la famiglia Frisina e, attraverso di essa, con la mafia calabrese era ormai completamente distrutto.
Nel primo mese del 1981, Rossella si trovava in Calabria. In quelle settimane cercava di mantenere un contatto telefonico costante con suo padre, a Firenze. Sebbene gli raccontasse ogni giorno quanto fosse difficile il rapporto con la famiglia del fidanzato, confidava ancora nella possibilità che la situazione generale potesse migliorare. Su richiesta della famiglia di Francesco, infatti, aveva accettato di rendere nuove dichiarazioni davanti all’autorità giudiziaria, questa volta negando tutto ciò che aveva affermato in precedenza.
Il 21 febbraio Rossella si presentò davanti a un giudice del Tribunale di Palmi e firmò un documento preparato dall’avvocato della famiglia di Francesco, con il quale ritrattava tutte le sue precedenti dichiarazioni. Rossella era convinta che, in questo modo, la famiglia di Francesco avrebbe potuto perdonarla. Ma non fu così. Ormai non era più soltanto la famiglia a doverla perdonare, ma anche la mafia calabrese. E fu quest’ultima che, subito dopo la ritrattazione di Rossella, ordinò: «Uccidete la straniera».
Ciò che Rossella aveva fatto rappresentava un’offesa troppo grave da parte di una donna che «nulla sa e nulla conosce della nostra terra» e, per questo, «questa offesa deve essere lavata con il sangue». Rossella aveva osato infrangere l’omertà e aveva persino convinto un membro della stessa mafia a fare altrettanto, parlando con lo Stato e tradendo così persino la propria famiglia. Era una situazione che la mafia non poteva lasciare senza conseguenze.
Il pomeriggio del 22 febbraio 1981 fu l’ultima volta che il padre di Rossella sentì al telefono la voce di sua figlia. Lei gli disse che si stava preparando a partire per Firenze. Dopo quella telefonata, per anni non si seppe più nulla di lei.
Rossella aveva tutta una vita davanti a sé. Aveva soltanto 25 anni e non le era stato permesso di continuare a vivere. Da quel momento, i suoi genitori cercarono instancabilmente di ritrovarla e di sapere che cosa fosse accaduto alla loro unica figlia. La madre di Rossella morì pochi anni dopo, consumata dal profondo dolore provocato dalla scomparsa della figlia; suo padre avrebbe avuto appena il tempo di sapere che sarebbe iniziato un processo per il suo omicidio.
Una mattina del luglio 1994, il padre di Rossella stava leggendo il quotidiano fiorentino La Nazione quando scoprì che un collaboratore di giustizia aveva raccontato ai magistrati ciò che sapeva sul destino di sua figlia. Il collaboratore dichiarava che Rossella era stata assassinata e fatta a pezzi.
Il padre della giovane fiorentina apprese dai giornali come era finita la vita di sua figlia. Nessun rappresentante dello Stato lo aveva contattato: quello stesso Stato gli aveva mancato di rispetto.
Il processo per l’omicidio di Rossella iniziò nel marzo 1997 grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Lo Vecchio, un criminale originario di Palermo che aveva trascorso la propria latitanza a Palmi sotto la protezione della famiglia Gallico. Fu lui a raccontare che Rossella era stata torturata, assassinata e fatta a pezzi prima che il suo corpo venisse fatto scomparire.
Il collaboratore ricostruì l’intera vicenda e raccontò anche il tentativo della famiglia Frisina di depistare le indagini, attribuendo la responsabilità della scomparsa di Rossella alla ’ndrina nemica dei Condello. Davanti all’autorità giudiziaria dichiarò inoltre che l’omicidio di Rossella aveva ricevuto il consenso di Francesco, il suo fidanzato, che in quel momento si trovava ricoverato presso il Centro clinico di Messina, in Sicilia.
Dopo diversi rinvii e ritardi dovuti a questioni procedurali, nel maggio 2006 la Corte d’Appello pronunciò la sentenza: tutti gli imputati furono assolti per insufficienza di prove. Il corpo di Rossella non sarebbe mai stato ritrovato.
Nonostante l’assenza di prove sufficienti per condannare gli imputati, la Corte affermò nella sentenza che la famiglia di Francesco era coinvolta nella scomparsa di Rossella:
«Il movente che spinse Concetta Frisina — la sorella di Francesco — a uccidere la sua futura cognata è imponente, gigantesco e innegabile. Rossella Casini, in una lettura paradossale di come i fatti possano sovvertire i valori sociali, fu colei che gettò il disonore sull’“onorata” famiglia Frisina. Una famiglia non soltanto “dal sentore di mafia”, ma la cui appartenenza associativa [mafiosa] era già stata accertata da indagini giudiziarie passate in giudicato. Una famiglia nella quale Francesco Frisina aveva assimilato senza limiti, e senza tradirli, quegli insegnamenti, primo fra tutti il rispetto dell’“omertà”.»
Dopo la morte di Loredano Casini — il padre di Rossella —, la storia della giovane cadde nell’oblio e per anni non si conobbe neppure il volto della coraggiosa donna che aveva osato sfidare la ’Ndrangheta.
Grazie ad altre donne come Rossella, però, la sua storia di coraggio e d’amore non si è perduta nel tempo. Nel corso degli anni, attrici, registe e scrittrici hanno raccontato e rappresentato la sua vicenda, denunciando anche il terribile destino di questa donna, rimasta senza giustizia e senza verità.
Per questo, nel 2013, in occasione della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, il presidio locale dell’associazione Libera contro le mafie di Firenze lanciò un appello per trovare una fotografia di Rossella. L’iniziativa permise di recuperare una prima immagine in bianco e nero della giovane, conservata sul suo tesserino universitario.
Nel 2019, in occasione della Festa della Repubblica Italiana, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito a Rossella la Medaglia d’Oro al Valor Civile. In quell’occasione, il Presidente affermò:
«Rossella era una studentessa universitaria fiorentina, legata sentimentalmente a un uomo che si rivelò appartenere al mondo criminale calabrese. Pur consapevole dei gravi rischi, lottò tenacemente per convincere il fidanzato a recidere ogni legame con la ’Ndrangheta, rivelando all’autorità giudiziaria quanto aveva appreso sul sistema criminale stesso». — Estratto della motivazione per il conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Civile a Rossella.
Sono state soprattutto le donne, per molti anni, a cercare una traccia di Rossella, animate dal desiderio e dall’impegno di dare un senso alla memoria della giovane fiorentina. Per cominciare, era necessario trovare almeno una sua fotografia. Quella foto fu ritrovata, e tutto ciò fu possibile grazie all’impegno di altre donne che, proprio a partire da quell’immagine, oggi lottano insieme ogni giorno affinché la storia del suo coraggio porti sempre con sé anche l’altissima dignità dell’amore incondizionato di Rossella e di tutte quelle ragazze e donne che non smettono di cercare di capire come anche l’amore possa incontrare la giustizia. L’immagine di Rossella ha permesso di aprire nuovi orizzonti di speranza.
Quando noi donne vedemmo per la prima volta il suo volto, fu una vera emozione. Vivemmo l’emozione della storia, di una terribile ingiustizia, dell’ingiustizia assoluta della violenza contro le donne, dell’arroganza di chi pensa di poter ancora avere la meglio su qualsiasi donna o su qualsiasi istituzione chiamata a giudicarlo per le proprie azioni.
Ma non è soltanto questo. Al di là di ciò che può sembrare la consueta dinamica della storia, o di quella che potrebbe apparire come una semplice fotografia, in quell’immagine c’è un frammento di diritto, di dignità e persino di legalità. Un argine d’amore contro quello che sembra essere un fiume inarrestabile di violenza.
Non siamo ingenui o ingenue che si illudono pensando che fosse molto più di una fotografia ritrovata in un archivio. Siamo sognatori e sognatrici che credono nella forza della tenerezza quando si oppone alla miseria della ferocia, una ferocia di cui tutti coloro che la esercitano dovranno prima o poi rendere conto.
Se non permetteremo che tutte le cose orribili che hanno commesso vengano sepolte nel silenzio, non avranno alcuna speranza di sfuggire al giudizio.
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