Giovanni Falcone: lo scienziato antimafia
- Lucas Manjon

- 2 giorni fa
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Giovanni Falcone è stato un magistrato italiano pioniere nell'introduzione e nello sviluppo di nuovi metodi investigativi, come l'utilizzo dei collaboratori di giustizia e il principio del follow the money (seguire il denaro). Grazie a queste due strategie riuscì a ottenere la condanna di quasi 400 mafiosi e sviluppò un approccio scientifico alla lotta contro la criminalità organizzata. Ecco una parte della sua storia.

Alle 17:57 del 23 maggio 1992, un convoglio di auto blindate Fiat Croma percorreva l'autostrada A29 a una velocità insolita. Procedeva più lentamente del solito. Non superava i cento chilometri orari e impiegava qualche minuto in più rispetto agli altri fine settimana per raggiungere lo svincolo di Capaci.
Un minuto dopo, la comunicazione radio tra due mafiosi si interruppe. Quattro secondi più tardi, una bomba contenente quasi 1.000 chilogrammi di tritolo esplose proprio sotto la prima auto del convoglio. Alle 17:58 del 23 maggio 1992, la strage di Capaci iniziava a prendere forma. Forse era cominciata ancora prima, quando altri mafiosi osservavano il convoglio lasciare l'aeroporto di Punta Raisi.
La prima vettura, una Fiat Croma marrone sulla quale viaggiavano gli agenti di polizia Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, fu scaraventata per diversi metri oltre l'autostrada, precipitando su un terreno alberato. Tutti e tre morirono sul colpo.
La seconda auto, una Fiat Croma bianca guidata da Giovanni Falcone, si schiantò violentemente contro gli enormi blocchi di asfalto sollevati dall'esplosione dell'ordigno, collocato sotto il manto stradale, all'interno di un canale di drenaggio che attraversava l'autostrada. Con Giovanni viaggiava la moglie, la magistrata Francesca Morvillo.
Quel giorno il convoglio procedeva più lentamente del solito perché Falcone aveva deciso di mettersi personalmente alla guida. Naturalmente guidava a una velocità inferiore rispetto agli agenti della scorta, professionisti esperti nella guida ad alta velocità. Giuseppe Costanza, il poliziotto incaricato abitualmente di guidare l'auto del giudice, sedeva sul sedile posteriore: una circostanza che, per lui, si rivelò decisiva.
Il giudice Falcone e la giudice Morvillo non indossavano la cintura di sicurezza. In ogni caso, probabilmente non sarebbe cambiato nulla. Il cemento si sollevò all'improvviso, l'auto vi si schiantò contro a forte velocità e i corpi dei due occupanti anteriori vennero proiettati violentemente contro il parabrezza. Entrambi rimasero intrappolati nell'abitacolo.
Gli occupanti della terza vettura, una Fiat Croma blu — gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervelló e Angelo Corbo — sopravvissero all'esplosione. Superato il naturale disorientamento provocato da una bomba esplosa a meno di dieci metri di distanza, scesero dall'auto e presero posizione accanto alla seconda vettura per proteggerla da un possibile secondo attentato.
L'uccisione del magistrato che più di ogni altro aveva cambiato il modo di guardare alla mafia e i metodi con cui veniva investigata rappresentava un obiettivo prioritario. Dopo quell'esplosione, tutto poteva ancora accadere.
Giovanni Salvatore Augusto Falcone nacque il 18 maggio 1939 a Palermo, in Sicilia, in una famiglia borghese di professionisti, conosciuta e stimata in gran parte della città, anche se, inevitabilmente, non mancavano i detrattori.
Il padre, Arturo Falcone, dirigeva il Laboratorio Provinciale d'Igiene e Profilassi del Comune di Palermo. La madre, Luisa Bentivegna, era casalinga e figlia di un noto ginecologo. La famiglia era completata da due sorelle maggiori.
Il giovane Giovanni frequentò la scuola elementare Giovanni Verga e il liceo classico Umberto I, entrambi nel centro di Palermo. Dotato di un carattere energico e determinato, conduceva una vita sociale intensa, ben oltre gli impegni scolastici. Partecipava attivamente alle attività sportive e ricreative organizzate dall'Azione Cattolica.
In un'adolescenza tanto semplice quanto accelerata dalla geografia del quartiere e dalle coincidenze della storia, condivise molte delle sue esperienze con Paolo Borsellino, un altro ragazzo del quartiere, con il quale costruì un'amicizia destinata a durare tutta la vita.
Terminati gli studi superiori, si trasferì per un breve periodo a Livorno, con l'intenzione di diventare ingegnere navale. Soltanto quattro mesi dopo abbandonò quel progetto, tornò nella sua Palermo e si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Palermo, dando così inizio agli studi che avrebbero segnato il suo destino.

I primi anni della famiglia Falcone trascorsero nello storico e popoloso quartiere della Kalsa, dall'inconfondibile impronta araba, in una casa situata in via Castrofilippo 1, a pochi passi da Piazza Magione. La Kalsa era stato uno dei quartieri di Palermo più duramente colpiti dai bombardamenti americani e britannici durante la Seconda guerra mondiale.
Tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta, a Palermo prese forma una pratica che, con il passare del tempo, si sarebbe diffusa in molte altre parti del mondo. I principali dirigenti della Democrazia Cristiana, il partito dominante dell'epoca, offrirono a diverse famiglie di Cosa Nostra la possibilità di demolire una parte consistente del patrimonio storico e culturale della città per sostituirlo con edifici moderni, standardizzati e spesso di scarsa qualità, trasformando radicalmente il volto della Palermo antica.
Le concessioni edilizie venivano assegnate in larga misura ad aziende controllate dalla mafia. Quei cantieri rappresentavano, da un lato, una riserva di posti di lavoro che Cosa Nostra utilizzava come strumento di consenso e di controllo durante le campagne elettorali; dall'altro, costituivano una fonte inesauribile di opportunità per riciclare il denaro proveniente dalle estorsioni, dal contrabbando e dal traffico di eroina verso gli Stati Uniti.
Anche Giovanni e la sua famiglia subirono le conseguenze delle scelte speculative e criminali della politica urbanistica imposta dal Comune di Palermo in stretta connivenza con la mafia. La loro casa era destinata alla demolizione e furono costretti a trasferirsi.
Giovanni conseguì la laurea in Giurisprudenza nel 1961. L'anno successivo conobbe e si innamorò di Rita Bonnici, una giovane maestra elementare che lo avvicinò alle idee del socialismo e gli aprì le porte di un mondo nuovo, lontano dalla tradizione e dalla profonda religiosità cattolica che caratterizzavano la famiglia Falcone.
Due anni dopo l'inizio della loro relazione, mentre Giovanni preparava e superava il concorso per entrare in magistratura, i due si sposarono nella Basilica della Santissima Trinità del Cancelliere, a Palermo.
La sua prima destinazione come magistrato fu il piccolo comune di Lentini, in provincia di Siracusa. Successivamente si trasferì con Rita a Trapani, all'estremità occidentale della Sicilia, dove iniziò a maturare, sia sul piano professionale sia su quello umano, nell'esercizio della funzione giudiziaria.
La vita della giovane coppia a Trapani era serena. Rita favoriva una vivace vita sociale alla quale Giovanni, quando il suo carattere riservato glielo permetteva, partecipava e talvolta riusciva perfino a godersi.
Dopo dieci anni di matrimonio e di carriera in magistratura, però, il loro rapporto entrò in una profonda crisi. La vita a Trapani non corrispondeva alle aspettative di Giovanni. Due anni più tardi, nel 1978, chiese il trasferimento a Palermo e venne assegnato alla sezione fallimentare del tribunale della città. A Palermo, tuttavia, arrivò da solo.
Il matrimonio con Rita era ormai finito. Fu lei stessa a confidargli di essersi innamorata di Cristoforo Genna, un collega magistrato.

Gli anni Settanta e Ottanta sarebbero stati particolarmente dolorosi per gli italiani e, soprattutto, per i siciliani. Nel Nord del Paese, i gruppi dell'estrema sinistra e dell'estrema destra compivano attentati di ogni genere per rivendicare le proprie cause. Nel Sud, le famiglie mafiose si uccidevano tra loro e arrivavano a colpire anche funzionari dello Stato.
Le indagini giudiziarie condotte da una parte della magistratura e delle forze di polizia iniziavano a inquietare alcuni settori di Cosa Nostra. Cominciavano a essere interrotti importanti traffici legati al commercio della droga e, sulle giornate e sulle notti della Sicilia occidentale, sembravano ormai aleggiare l'odore del sangue e della polvere da sparo.
Nel marzo del 1979 venne assassinato Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Palermo. A luglio, mentre sorseggiava un caffè espresso aspettando un informatore che non sarebbe mai arrivato, fu ucciso il capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano. Due mesi dopo, il 25 settembre 1979, le famiglie mafiose riunite attorno al potere dei corleonesi assassinarono il giudice istruttore del Tribunale di Palermo, Cesare Terranova. Con lui morì anche il suo agente di scorta, Lenin Mancuso, «l'angelo custode», come lo avrebbe definito la vedova del magistrato.
Terranova venne ucciso all'uscita della propria abitazione, mentre si recava in tribunale. A succedergli fu il magistrato Rocco Chinnici. Ma Cosa Nostra non si fermò. Il 4 maggio 1980 il capitano dei Carabinieri di Monreale, Emanuele Basile, venne assassinato con numerosi colpi d'arma da fuoco alla schiena mentre teneva in braccio la figlia. Il 6 agosto, il procuratore Gaetano Costa, che aveva firmato gli ordini di cattura nei confronti di cinquantasei mafiosi — gli stessi indagati da Basile — fu assassinato con le stesse modalità.
Fin dal suo insediamento al Palazzo di Giustizia di Palermo, quel monumentale edificio dall'architettura di impronta fascista, Rocco Chinnici decise di cambiare radicalmente il paradigma investigativo sulla mafia. Fino ad allora le indagini erano frammentate tra diversi uffici e avanzavano o rallentavano a seconda dell'iniziativa, dell'impegno e dell'intuito dei singoli magistrati.
Sotto la direzione di Chinnici, tutti i magistrati dovevano riunirsi periodicamente e condividere le informazioni raccolte affinché ogni inchiesta potesse alimentare le altre. Quel metodo avrebbe dato concretezza alla sua convinzione che la mafia fosse una struttura criminale complessa, organizzata e gerarchica.
Sebbene Giovanni Falcone avesse già maturato esperienza nelle indagini di mafia durante il suo periodo a Trapani, una volta rientrato a Palermo, dopo l'assassinio di Cesare Terranova, accettò il ripetuto invito di Chinnici a lavorare al suo fianco.
La sua prima grande indagine fu quella avviata da Boris Giuliano e successivamente proseguita da Emanuele Basile e Gaetano Costa. Tutti e tre erano stati assassinati da Cosa Nostra.
L'inchiesta coinvolgeva le principali famiglie mafiose della Sicilia e degli Stati Uniti, numerosi istituti bancari nazionali e internazionali, importanti esponenti della politica italiana — soprattutto siciliana, ma anche vicina agli ambienti vaticani — e numerosi rappresentanti del mondo imprenditoriale.
Tra questi spiccava Rosario Spatola, un ex venditore ambulante di latte diventato un imprenditore di successo grazie ai rapporti con i cugini Salvatore Inzerillo e Carlo Gambino, rispettivamente capo della famiglia mafiosa di Passo di Rigano a Palermo e uno dei cinque boss delle storiche famiglie mafiose di New York.
Spatola riciclava denaro attraverso le concessioni edilizie ottenute durante gli anni del cosiddetto «sacco di Palermo». Metteva inoltre a disposizione le proprie proprietà affinché mafiosi siciliani e chimici marsigliesi installassero laboratori clandestini per la produzione di eroina e reimmetteva nel sistema finanziario internazionale, soprattutto tra Sicilia e Stati Uniti, gli enormi profitti derivanti dal traffico di stupefacenti.
L'indagine era così vasta e complessa da spingere Falcone a elaborare un metodo destinato a diventare un punto di riferimento per tutte le future inchieste sul riciclaggio di denaro.
Era convinto che procedimenti di quel tipo dovessero fondarsi su prove oggettive e difficilmente contestabili. Ricostruire il percorso del denaro — seguendone i passaggi, i conti correnti, gli investimenti e le mani attraverso cui transitava — costituiva il cuore del metodo. Il denaro lascia sempre tracce.
Nell'estate del 1982, il giudice istruttore Giovanni Falcone inviò un ordine di collaborazione a tutte le banche e agli uffici di cambio delle province di Palermo e Trapani, chiedendo di comunicare tutte le operazioni di cambio di valuta estera — in particolare da dollari a lire — effettuate dal 1975 in poi.
Quel provvedimento provocò grande preoccupazione non solo tra i banchieri vicini alla mafia, ma anche in ampi settori dell'imprenditoria siciliana che, per ragioni familiari, economiche, finanziarie o semplicemente per paura, intrattenevano rapporti con Cosa Nostra.
Le minacce nei confronti dei magistrati impegnati nelle indagini antimafia diventavano sempre più frequenti. Fino agli omicidi di Terranova e Costa, i giudici non disponevano abitualmente di una scorta: la mafia, fino ad allora, aveva evitato di colpire direttamente i magistrati.
Dopo quegli assassinii anche Giovanni Falcone fu costretto a vivere costantemente protetto dagli agenti di polizia. Le minacce, la presenza continua della scorta e il crescente carico di lavoro finirono per sconvolgere la quotidianità che cercava di costruire insieme a Francesca Morvillo.
Francesca Laura Morvillo era nata il 14 dicembre 1945. Magistrata, aveva conosciuto Giovanni nel 1979, durante una cena tra amici. Tra i due nacque rapidamente una relazione che decisero di mantenere segreta per molto tempo.
Era figlia del magistrato Guido Morvillo, sorella del magistrato Alfredo Morvillo, collega di Falcone, ma soprattutto era una brillante magistrata: laureata in Giurisprudenza a soli ventidue anni con il miglior voto della sua classe, una delle prime donne a diventare giudice in Italia, magistrata ad Agrigento e, successivamente, scrupolosa procuratrice aggiunta presso il Tribunale per i minorenni di Palermo.
Era anche una donna separata di fatto che aveva iniziato una relazione con un altro magistrato, anch'egli famoso e separato di fatto, una storia che, secondo i pettegolezzi dell'alta società palermitana, aveva avuto origine proprio nelle rispettive crisi matrimoniali.

I mafiosi provenienti dall'area di Corleone, che già dal 1958 avevano intrapreso una rapida e sanguinosa ascesa al potere, nel 1981 diedero inizio a una nuova guerra di mafia — la prima, combattuta negli anni Sessanta, non li aveva avuti come protagonisti — contro le famiglie mafiose più potenti e storiche di Palermo, la città in cui Cosa Nostra era nata.
La spietata caccia scatenata dai corleonesi contro le famiglie Bontate e Inzerillo, in particolare, permise alla Squadra Mobile di Palermo, guidata da Ninni Cassarà, di ricostruire la mappa della nuova Cosa Nostra.
In un rapporto intitolato «Michele Greco + 161», polizia e magistratura presentarono i nomi degli affiliati, le rispettive aree di influenza e le attività criminali svolte dalle famiglie coinvolte nella guerra di mafia, con particolare attenzione a quelle ormai uscite vincitrici dal conflitto.
Quel lavoro rappresentava il risultato di una lunga e pericolosa attività investigativa condotta da Ninni Cassarà insieme agli agenti Beppe Montana, Calogero Zucchetto e ad altri investigatori.
Calogero era un giovane poliziotto di ventotto anni, cresciuto a Palermo. Conosceva molti mafiosi fin dall'infanzia e disponeva di una rete di informatori distribuiti tra bar, discoteche, case di prostituzione e mercati cittadini. Grazie a questa conoscenza del territorio e delle persone — quasi fosse un comandante sul campo di battaglia — riuscì a stabilire un contatto con Salvatore Contorno, uno dei pochi mafiosi sopravvissuti alla guerra scatenata dai corleonesi. Contorno accettò di collaborare con la giustizia, diventando un pentito: un collaboratore di giustizia per lo Stato, un infame secondo Cosa Nostra.
Nell'aprile del 1982, quando ormai i corleonesi avevano conquistato una netta supremazia, assassinarono con numerosi colpi d'arma da fuoco il dirigente comunista e sindacalista Pio La Torre e il suo collaboratore Rosario Di Salvo. La Torre aveva lavorato in Parlamento insieme al magistrato Cesare Terranova e, insieme a lui, aveva presentato alla Commissione parlamentare antimafia un rapporto nel quale accusava diversi esponenti della Democrazia Cristiana siciliana di intrattenere rapporti politici, economici e criminali con Cosa Nostra.
Inoltre aveva promosso una fondamentale riforma del codice penale, proponendo l'introduzione del reato di associazione di tipo mafioso e della confisca dei beni appartenenti alle organizzazioni mafiose. Pochi mesi più tardi, il 3 settembre, Cosa Nostra tornò a colpire utilizzando ancora una volta fucili d'assalto Kalashnikov di fabbricazione sovietica: furono assassinati il generale e prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro.
Il giorno successivo il Parlamento approvò definitivamente la proposta di legge di Pio La Torre, inaugurando una nuova fase nella lotta alla mafia. Nel novembre dello stesso anno venne assassinato anche Calogero Zucchetto. Nel 1983 giunse a conclusione il procedimento giudiziario contro Rosario Spatola e gli altri mafiosi incriminati anni prima dal procuratore Gaetano Costa.
L'imprenditore vicino a Cosa Nostra venne condannato a dieci anni di reclusione per riciclaggio di denaro insieme ad altri settantacinque mafiosi. Quella sentenza consacrò, non solo in Italia, il cosiddetto metodo Falcone: seguire il percorso del denaro per ricostruire la struttura delle organizzazioni criminali.
Dopo il processo Spatola, Rocco Chinnici istituì formalmente un gruppo di magistrati dedicato esclusivamente alle indagini contro la mafia. Quel gruppo, destinato a entrare nella storia come il pool antimafia, era composto da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. La strategia investigativa elaborata da Chinnici e i risultati ottenuti dal gruppo aumentarono enormemente il livello di rischio per tutti i magistrati che ne facevano parte.
Il 29 luglio 1983, mentre Rocco Chinnici usciva dalla propria abitazione in via Pipitone Federico, una Fiat 126 verde imbottita con 75 chilogrammi di tritolo, parcheggiata a pochi metri dal portone, esplose. Nell'attentato morirono Chinnici, i suoi due agenti di scorta — Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta — e il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi. Giovanni Falcone apprese dell'assassinio mentre si trovava a Bangkok, dove stava interrogando Koh Bak Kin, un trafficante di origine cinese legato agli interessi di Cosa Nostra.
La morte dell'amico e collega non gli lasciò soltanto un vuoto immenso. Da quel momento iniziò a temere seriamente per la propria sicurezza e per quella delle persone a lui più vicine.
Comprendeva anche il messaggio strategico lanciato dalla mafia: colpire in modo spettacolare, garantendo non solo l'efficacia dell'attentato, ma anche la massima risonanza pubblica delle sue conseguenze, in tempo reale e davanti agli occhi dell'intera società palermitana.

L'assassinio di Rocco Chinnici non sconvolse soltanto Giovanni Falcone, che da quel momento ebbe ancora più chiara la concreta possibilità della propria morte. Mise in crisi anche il Tribunale di Palermo, che aveva bisogno di un successore all'altezza del magistrato appena ucciso.
Antonino Caponnetto era procuratore aggiunto a Firenze, a oltre mille chilometri dalla Sicilia. Conosceva poco, dal punto di vista giudiziario, il fenomeno mafioso e non aveva rapporti con la maggior parte dei magistrati impegnati nelle indagini contro Cosa Nostra.
Nonostante le preoccupazioni della sua famiglia, decise di candidarsi alla guida dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo come successore di Chinnici. La sua nomina venne rapidamente approvata dal Consiglio Superiore della Magistratura.
Caponnetto si trasferì così in Sicilia per dirigere l'Ufficio Istruzione, difendere il lavoro del pool antimafia e vivere, per un lungo periodo, in una stanza all'interno di una caserma dei Carabinieri.
La guerra di mafia scatenata dai corleonesi contro le altre famiglie si concluse nel 1984. La maggior parte delle vittime non era costituita da boss, bensì dai loro familiari. Parenti coinvolti o completamente estranei alle attività mafiose venivano ugualmente assassinati.
Il capo dei corleonesi, Salvatore Riina, aveva impartito un ordine preciso: se il mafioso ricercato non poteva essere eliminato, si dovevano colpire i suoi familiari, fino ai parenti più lontani.
Tra coloro che pagarono il prezzo più alto vi fu Tommaso Buscetta, appartenente alla famiglia mafiosa di Porta Nuova. Era anche uno dei tanti ragazzi che, quarant'anni prima, avevano condiviso giochi e momenti di vita con il giovane Giovanni Falcone nelle strade del quartiere della Kalsa.
Da alcuni anni Buscetta era latitante. Sotto la falsa identità di Paolo Roberto Felici si era rifugiato in Brasile per sfuggire sia alla giustizia italiana sia ai corleonesi.
Il 23 ottobre 1983, in una villa di San Paolo, venne arrestato insieme alla moglie, ai quattro figli e al figlio dell'ex boss di Cinisi, Leonardo Badalamenti, anch'egli perseguitato dai vincitori della seconda guerra di mafia.
Nel giro di pochi anni, i killer della nuova cupola di Cosa Nostra avevano assassinato undici suoi familiari: due figli, un fratello, un nipote, un genero e altri parenti stretti.
Dopo l'arresto fu trasferito a Brasilia, dove rimase per oltre un anno ricevendo la visita di numerosi magistrati italiani, tra i quali anche Giovanni Falcone, che cercavano di convincerlo a collaborare con la giustizia, diventando un collaboratore di giustizia, oppure, secondo il linguaggio mafioso, un infame.
Con grande determinazione Buscetta respinse ogni proposta e ogni possibile beneficio. Tentò perfino il suicidio pur di evitare l'estradizione in Italia, ma il tentativo fallì.

Quell'atteggiamento di chiusura da parte di Tommaso Buscetta cambiò quando arrivò a Roma, scortato dalle forze di sicurezza italiane, con le mani ammanettate coperte da una coperta, e venne trasferito negli uffici della Questura della capitale.
Subito dopo l'estradizione accettò di parlare con Giovanni Falcone, una persona che aveva conosciuto appena durante l'adolescenza, quando entrambi vivevano nel quartiere della Kalsa. Da allora non si erano più rivisti e avevano scelto due strade di vita completamente opposte.
Uno era diventato uno dei più importanti magistrati italiani impegnati nella lotta alla mafia; l'altro un uomo d'onore che aveva costruito solidi rapporti con le principali famiglie di Cosa Nostra, accumulando immense ricchezze grazie al traffico internazionale di droga. Aveva però anche perso undici familiari in meno di due anni.
Fin dai primi interrogatori, Buscetta iniziò a fornire a Falcone una descrizione dettagliata dell'organizzazione di Cosa Nostra: la sua struttura interna, il funzionamento della Commissione, i ruoli dei suoi appartenenti e perfino le modalità con cui nuovi affiliati venivano ammessi nell'organizzazione.
Lo mise anche in guardia sul prezzo personale che avrebbe pagato per essere diventato il depositario di quelle informazioni. "La avverto, signor giudice. Dopo questo interrogatorio forse diventerà famoso, ma la sua vita sarà segnata. Cercheranno di distruggerla, fisicamente e professionalmente. Non dimentichi mai che il suo conto con Cosa Nostra non sarà mai chiuso."
Per oltre un mese Falcone ascoltò Buscetta raccontare la trasformazione dell'organizzazione e denunciare la nuova dirigenza mafiosa, quei boss corleonesi che, a suo giudizio, avevano tradito il presunto codice d'onore e i valori della vecchia mafia.
Nel settembre del 1984, grazie alle dichiarazioni di Buscetta, l'indagine su Cosa Nostra subì una decisiva accelerazione, anche se non era ancora conclusa. Falcone, tuttavia, temeva che alcune informazioni riservate potessero essere trapelate. Per questo motivo decise di eseguire, nel corso di un'unica notte, oltre 350 ordini di cattura in diverse parti d'Italia.
Il sospetto di una fuga di notizie nacque quando un giornalista del settimanale L'Espresso si presentò nel suo ufficio ponendogli domande su aspetti dell'inchiesta che avrebbero dovuto rimanere assolutamente segreti. Falcone prese una decisione tanto insolita quanto efficace: trattenne il giornalista nel proprio ufficio per diverse ore, impedendogli di uscire finché non fosse stato possibile rintracciare Giuseppe Di Lello e ottenere la firma necessaria per dare immediata esecuzione agli ordini di arresto.
Nell'operazione passata alla storia come il «blitz di San Michele», il 29 settembre, giorno dedicato all'arcangelo Michele, le forze dell'ordine eseguirono la quasi totalità dei provvedimenti cautelari. Solo pochi mafiosi riuscirono a sottrarsi all'arresto.
Nel frattempo le indagini ricevettero un ulteriore impulso grazie alla collaborazione di un nuovo collaboratore di giustizia — o, secondo il linguaggio mafioso, un infame — Salvatore Contorno, il mafioso sopravvissuto a un attentato che il poliziotto Calogero Zucchetto era riuscito a convincere a collaborare. Le dichiarazioni di Contorno confermarono in larga misura quelle di Buscetta, rafforzando ulteriormente l'impianto accusatorio.
La crescente pressione esercitata dalla magistratura e dalle forze dell'ordine provocò una violenta reazione da parte dei vertici di Cosa Nostra. Nel 1985 venne ordinata una nuova ondata di omicidi. Nel mese di luglio fu assassinato il poliziotto Beppe Montana. Ad agosto toccò agli investigatori Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, tre tra i più stretti collaboratori del pool antimafia.
Nelle strade di Palermo, nei corridoi del Palazzo di Giustizia e perfino all'interno delle carceri dell'isola circolava ormai la stessa voce: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sarebbero stati i prossimi obiettivi di Cosa Nostra.

La relazione tra Giovanni Falcone e Francesca Morvillo risentiva inevitabilmente della vita frenetica e costantemente segnata dal pericolo che erano costretti a condurre. Giovanni aveva deciso di non avere figli. «Non si mettono al mondo degli orfani, si mettono al mondo dei bambini», ripeteva. Esitava perfino a sposarsi. «Non si lasciano vedove», diceva.
Poiché il rischio di un attentato era ormai elevatissimo, e occorreva portare a termine il rinvio a giudizio di oltre settecento mafiosi accusati di appartenere o di collaborare con Cosa Nostra, Giovanni e Paolo Borsellino, insieme alle rispettive famiglie, furono trasferiti nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara, in Sardegna.
Per oltre un mese Giovanni, Francesca, Paolo e i loro familiari vissero all'interno del penitenziario, circondati da mura rinforzate, cancelli e recinzioni. Solo l'8 novembre 1985, dopo aver completato il monumentale atto d'accusa intitolato «Abbate Giovanni + 706», i due magistrati lasciarono l'isola e fecero ritorno in Sicilia.
Un mese più tardi, Giovanni e Paolo ricevettero perfino il conto della loro permanenza all'Asinara: 415.000 lire per il vitto e l'alloggio loro e delle rispettive famiglie. Anche questo era uno degli aspetti, quasi paradossali, della lotta alla mafia. L'anno successivo sarebbe stato decisivo nella vita di Giovanni, sia sul piano professionale sia su quello personale. Il 10 febbraio 1986 ebbe inizio il grande processo contro Cosa Nostra.
Fu chiamato Maxiprocesso di Palermo, un nome destinato a diventare il termine con cui, negli anni successivi, sarebbero stati identificati tutti i grandi processi contro la mafia con un elevato numero di imputati. Per ospitare il dibattimento vennero investiti 36 miliardi di lire nella costruzione di un'aula giudiziaria speciale. Più che un'aula di tribunale, sembrava un bunker. E, in effetti, lo era.
L'edificio era dotato di sofisticati sistemi di sicurezza, pareti in grado di resistere ad attacchi con razzi e missili, celle interne e 850 metri quadrati di vetri blindati, caratteristiche che lo rendevano persino più sicuro del vicino carcere dell'Ucciardone, accanto al quale era stato costruito.
Nel pieno del Maxiprocesso, con la sensazione che una parte fondamentale del lavoro fosse ormai compiuta — anche se molti dei vertici di Cosa Nostra erano ancora latitanti e le indagini sui rapporti tra mafia, politica e imprenditoria proseguivano in un procedimento separato — Giovanni e Francesca decisero finalmente di celebrare il loro amore.
Entrambi avevano ottenuto il divorzio e da almeno quattro anni vivevano insieme in un appartamento di via Notarbartolo, intitolata a Emanuele Notarbartolo, considerato la prima vittima innocente della mafia siciliana. Si sposarono con una cerimonia intima, alla presenza di un ristretto gruppo di familiari e amici. A celebrare il matrimonio fu Leoluca Orlando, sindaco di Palermo.
Testimoni delle nozze furono un'amica di Francesca e Antonino Caponnetto, il magistrato che guidava il pool antimafia. La sera gli sposi ricevettero un gruppo un po' più numeroso di amici rispetto ai pochi presenti alla cerimonia. Non molti, comunque. Giovanni non sopportava l'idea di mostrarsi felice mentre, tutto intorno a lui, continuava a esserci tanto dolore.

Il 16 dicembre 1987, dopo 21 mesi, 638 giorni e 349 udienze, il Maxiprocesso di Palermo giunse a conclusione. Il procedimento, iniziato con 475 imputati accusati di 120 omicidi, traffico di stupefacenti, estorsione e associazione di tipo mafioso, si concluse con la condanna di 339 imputati, 19 ergastoli, un totale di 2.665 anni di reclusione e 11 miliardi e 500 milioni di lire di multa. Il Maxiprocesso era ormai diventato un autentico spartiacque politico, giudiziario e culturale. Quel processo segnò un prima e un dopo nella lotta contro Cosa Nostra.
Subito dopo la lettura della sentenza, gli avvocati della difesa iniziarono a preparare gli appelli, mentre una parte del mondo politico si adoperava — o, meglio, si preoccupava — di fermare le numerose indagini ancora aperte, ormai divenute scomode per il passato e per gli interessi di molti.
Nel frattempo Paolo Borsellino lasciò il pool antimafia e venne nominato Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Marsala, la città più popolosa della provincia di Trapani.
Antonino Caponnetto attendeva il momento di rientrare a Firenze, convinto che il suo successore naturale alla guida dell'Ufficio Istruzione sarebbe stato Giovanni Falcone. Ma una parte della politica e del Consiglio Superiore della Magistratura, l'organo di autogoverno della magistratura italiana, aveva altri progetti.
La strategia di contrasto alla mafia sviluppata in quegli anni da un gruppo di magistrati guidati da Giovanni Falcone suscitava l'ostilità di una parte significativa della società siciliana, ancora incline a negare l'esistenza stessa della mafia, pur continuando a subirne il potere e la violenza. Quel lavoro non era ben visto nemmeno da quei settori della politica che intrattenevano rapporti consolidati con Cosa Nostra e che, proprio grazie alle indagini del pool, iniziavano progressivamente a emergere.
I magistrati del pool antimafia, molti colleghi di Falcone e numerosi esponenti istituzionali che ne apprezzavano il lavoro sostenevano apertamente la sua candidatura come successore naturale di Caponnetto. Il fronte contrario, tuttavia, riuscì all'ultimo momento a far candidare Antonino Meli, un magistrato di lunga carriera, prossimo alla pensione e privo di esperienza nelle indagini contro la mafia.
Fu lui a essere nominato. Quella decisione rappresentò una profonda delusione per Giovanni Falcone, che iniziò ad avere la sensazione di non dover più combattere soltanto contro Cosa Nostra, ma anche contro gli ostacoli e le resistenze presenti all'interno delle stesse istituzioni.

Dopo la sua nomina, Antonino Meli avviò un aperto scontro con Giovanni Falcone e con gli altri magistrati del pool antimafia.
Il nuovo responsabile dell'Ufficio Istruzione contestò pubblicamente e sul piano giudiziario la tesi secondo cui la mafia fosse un'organizzazione unitaria, strutturata e gerarchica, proprio quella impostazione investigativa che il Maxiprocesso aveva sostanzialmente confermato.
Allo stesso tempo dispose lo scioglimento definitivo del pool antimafia, ordinò di interrompere il metodo di lavoro fino ad allora adottato e ridistribuì le inchieste tra i diversi uffici, facendo venir meno la visione unitaria delle indagini e i vantaggi derivanti dal lavoro collegiale.
Le pressioni su Falcone aumentarono a ogni nuova inchiesta che avviava, soprattutto quando le indagini iniziavano a delineare possibili responsabilità e complicità di esponenti della politica, dell'imprenditoria e del mondo dell'informazione con Cosa Nostra. Cominciò così una stagione nella quale, attraverso una campagna tanto sistematica quanto ben organizzata, iniziarono a circolare pubblicamente una lunga serie di calunnie contro Giovanni.
All'inizio si trattava di episodi che gli ricordavano quasi con ironia la lettera pubblicata anni prima da una vicina del suo palazzo sul Giornale di Sicilia, nella quale si lamentava del rumore delle sirene delle auto della sua scorta. «...sono un onesto cittadino che paga regolarmente le tasse e lavora otto ore al giorno. Ogni giorno (non esistono sabati o domeniche che tengano), la mattina, all'ora di pranzo, nel primo pomeriggio e la sera (senza alcun limite di orario), sono letteralmente perseguitato dalle continue e assordanti sirene delle auto della polizia che scortano i vari giudici. Mi chiedo allora: è possibile che non si possa riposare un po' durante la pausa di lavoro, o almeno guardare un programma televisivo in pace, visto che, anche con le finestre chiuse, il rumore delle sirene è fortissimo?»
Le prime accuse rivolte contro Falcone erano soprattutto di carattere personale e apparivano, nel merito, piuttosto banali. Veniva descritto come un uomo vanitoso, egocentrico, interessato a costruire la propria carriera sfruttando la lotta alla mafia.
Ben presto, però, il contenuto di quelle campagne diffamatorie divenne molto più grave e iniziò a rappresentare un concreto pericolo anche per la sua sicurezza. Lettere anonime circolavano nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Palermo, raggiungevano gli uffici dei magistrati più autorevoli e, successivamente, venivano fatte filtrare alla stampa.
Molte di esse recavano perfino l'intestazione di uffici dello Stato, nel tentativo di conferirgli maggiore credibilità. In quelle lettere Falcone veniva accusato di favorire la cosiddetta vecchia mafia, quella che i corleonesi avevano quasi completamente eliminato durante la seconda guerra di mafia.
Erano i primi giorni del giugno 1989, quando Salvatore Contorno, il collaboratore di giustizia che, come Tommaso Buscetta, aveva deciso di rompere con Cosa Nostra, venne fermato in Sicilia.
Le sei lettere anonime sostenevano che Falcone e alcuni appartenenti alle forze dell'ordine avessero autorizzato il ritorno di Contorno nell'isola affinché rintracciasse Salvatore Riina, il capo indiscusso di Cosa Nostra, e lo uccidesse.
Alcuni organi di stampa arrivarono perfino a definirlo «il killer dello Stato» o «il sicario personale di Giovanni Falcone». L'inchiesta aperta per individuare gli autori di quelle lettere finì inevitabilmente per concentrarsi sugli stessi magistrati.
I mafiosi li chiamavano «i corvi», un appellativo dispregiativo con cui indicavano i magistrati, richiamando il colore nero della toga che indossavano durante le udienze.

Oltre a essere oggetto di una costante campagna diffamatoria durante quel periodo, passato alla storia come la stagione dei veleni, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo furono vittime di un primo tentativo di attentato.
Il 21 giugno 1989, mentre la coppia trascorreva alcuni giorni di vacanza in una villa all'Addaura, sulla costa tra Palermo e Mondello, gli uomini della scorta scoprirono uno zaino contenente 58 chilogrammi di tritolo, nascosto pochi giorni prima dell'arrivo dei due magistrati.
Per un colpo di fortuna, o forse per un errore degli attentatori, il telecomando destinato ad azionare l'esplosivo non funzionò. L'attentato fallì, ma contribuì ad alimentare ulteriormente le paure e il senso di precarietà che accompagnavano ormai la vita quotidiana di Giovanni, Francesca e degli agenti della scorta.
Falcone fu subito convinto che dietro quell'azione vi fosse Cosa Nostra. Tuttavia, l'elevato livello di sofisticazione dell'attentato — molto superiore a quello dimostrato in precedenza dalla mafia — lo portò a sospettare anche un possibile coinvolgimento di settori deviati dei servizi segreti italiani.
L'attentato dell'Addaura mise ancora una volta a dura prova il rapporto tra Giovanni e Francesca. Le discussioni tra i due divennero sempre più frequenti. Falcone arrivò perfino a chiederle di interrompere la loro relazione, convinto che il rischio mortale che gravava su di lui finisse inevitabilmente per coinvolgere anche lei.
Su proposta dello stesso Presidente della Repubblica, Giovanni Falcone venne nominato Direttore generale degli Affari Penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Pur in un clima ancora segnato da ostilità, calunnie e attacchi personali, riuscì a conseguire importanti risultati investigativi in procedimenti che coinvolgevano la Sicilia, Milano, la Svizzera e gli Stati Uniti.
Nel frattempo, nel febbraio 1990, la sentenza del Maxiprocesso venne riesaminata dalla Corte d'Appello. Nel corso degli anni trascorsi tra gli arresti e la conclusione del giudizio di secondo grado, numerosi imputati avevano già espiato gran parte delle pene inflitte in primo grado. Dopo ventidue mesi di processo d'appello, il risultato apparve profondamente deludente.
Delle 19 condanne all'ergastolo, ne furono confermate 12; delle 346 condanne, ne rimasero definitive 258. Falcone interpretò quell'esito come parte di un più ampio attacco nei confronti del lavoro svolto da lui e dai suoi colleghi.
La decisione della Corte d'Appello sembrava infatti ridimensionare, sul piano giudiziario e dell'opinione pubblica, la ricostruzione di Cosa Nostra elaborata da Rocco Chinnici, dallo stesso Falcone, dal pool antimafia e dagli investigatori che avevano pagato con la vita il proprio impegno.
Le continue ostilità resero sempre più difficile il lavoro di Falcone. Fu anche per questo motivo che accettò la proposta, avanzata da tempo dal ministro della Giustizia, di assumere la direzione della Direzione generale degli Affari Penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia a Roma.
Per trasferirsi nella capitale insieme a lui, anche Francesca Morvillo chiese il trasferimento e venne assegnata alla Commissione esaminatrice del concorso in magistratura.
Nel nuovo incarico, e in una vita che sembrava offrire maggiori garanzie di sicurezza, Falcone promosse due delle riforme più importanti della storia dell'antimafia italiana: la nascita della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e della Direzione Nazionale Antimafia (DNA).
Con la prima intendeva rafforzare il coordinamento investigativo tra le diverse forze di polizia. Con la seconda voleva creare un organismo capace di coordinare su scala nazionale l'azione delle procure impegnate nel contrasto alle organizzazioni mafiose.
Il periodo relativamente sereno vissuto da Giovanni e Francesca a Roma si interruppe bruscamente il 9 agosto 1991, quando venne assassinato il magistrato Antonino Scopelliti, il sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione incaricato di sostenere l'accusa nel giudizio definitivo del Maxiprocesso.
Durante il funerale del collega, Falcone prese ancora una volta piena coscienza del destino che sembrava attenderlo. Capì che, per quanto lontano potesse trasferirsi dalla Sicilia, la Sicilia non avrebbe mai smesso di seguirlo. «Se hanno deciso di uccidermi, non si fermeranno. Adesso il prossimo sono io.» La sua previsione si sarebbe rivelata tragicamente esatta.
Un gruppo di fuoco guidato da Matteo Messina Denaro, destinato negli anni successivi a diventare uno dei principali capi di Cosa Nostra, raggiunse Roma con l'obiettivo di assassinare Giovanni Falcone, il conduttore televisivo Maurizio Costanzo, che aveva pubblicamente sfidato la mafia, e il ministro della Giustizia Claudio Martelli.

Giovanni Falcone fu nuovamente oggetto di dure critiche quando promosse un pacchetto di riforme legislative volto a centralizzare il coordinamento delle indagini antimafia, inasprire le pene per i reati di tipo mafioso e introdurre la possibilità di sciogliere i comuni infiltrati dalla criminalità organizzata.
I magistrati e gli esponenti politici che gli erano ostili tornarono ad attaccarlo pubblicamente, accusandolo di voler concentrare nelle proprie mani l'intero sistema di contrasto alla mafia. Per fortuna di Giovanni e di tutti coloro che avevano dedicato la propria vita — e, in molti casi, l'avevano perduta — per arrivare alle condanne del Maxiprocesso, la Corte di cassazione iniziò il 9 dicembre 1991 l'esame definitivo della sentenza.
Il 30 gennaio 1992 i giudici emisero la decisione finale, confermando la gran parte delle condanne pronunciate in primo grado. Quella definitiva sconfitta giudiziaria per i vertici di Cosa Nostra riportò alla luce gli accordi che una parte della politica non era riuscita a mantenere nei confronti dell'organizzazione mafiosa.
L'impossibilità di affidare il giudizio a un magistrato ritenuto favorevole agli imputati — Corrado Carnevale, soprannominato «l'ammazzasentenze» per la frequenza con cui annullava le decisioni dei processi di mafia per motivi strettamente procedurali — mise diversi esponenti della Democrazia Cristiana siciliana nel mirino di Cosa Nostra.
Mai come in questo caso quell'espressione fu letterale. Il 12 marzo 1992, due sicari in motocicletta raggiunsero Salvo Lima, parlamentare europeo, e lo assassinarono con numerosi colpi d'arma da fuoco, investendolo poi con il mezzo durante la fuga.
Lima era stato sindaco di Palermo, deputato nazionale, il principale referente politico di Cosa Nostra nei rapporti con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, uno degli artefici del cosiddetto sacco di Palermo e, secondo diverse ricostruzioni investigative, possibile mandante dell'omicidio di Piersanti Mattarella.
Divenne così la prima vittima eccellente eliminata da Cosa Nostra per non aver mantenuto gli impegni politici assunti con l'organizzazione. I viaggi di Giovanni e Francesca tra Roma e la Sicilia erano ormai frequenti. Ogni volta che l'aereo atterrava all'aeroporto di Punta Raisi, gli uomini della scorta li attendevano direttamente sulla pista. Anche il 23 maggio 1992 accadde la stessa cosa.
Dopo circa cinquanta minuti di volo, all'uscita dell'aereo fermo sulla pista li aspettavano Giuseppe Costanza, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Paolo Capuzza, Gaspare Cervelló e Angelo Corbo. Quella mattina Giovanni volle guidare personalmente. Prese il volante della Fiat Croma bianca, la seconda vettura del convoglio. Francesca si sedette accanto a lui. Sul sedile posteriore prese posto Giuseppe Costanza, l'autista abitualmente incaricato di guidare Falcone, che quel giorno, per volontà del magistrato, rimase soltanto come agente di scorta.
Fuori dall'aeroporto due uomini di Cosa Nostra osservavano ogni movimento. Seguivano gli spostamenti della scorta fin dalla partenza da Palermo e attendevano l'arrivo dei due magistrati.
L'autostrada che collega l'aeroporto al capoluogo siciliano attraversa un territorio tortuoso: in alcuni tratti penetra tra le montagne, in altri sembra quasi tuffarsi nel Mar Mediterraneo.
Al convoglio composto da tre auto blindate si aggiunse una quarta vettura che procedeva a distanza. Alla guida c'era uno dei mafiosi che aveva sorvegliato l'aeroporto. Attraverso un telefono comunicava costantemente la posizione del convoglio.
Dall'altra parte della linea si trovavano Giovanni Brusca e Antonino Gioè, due uomini di vertice di Cosa Nostra, stretti collaboratori di Salvatore Riina e incaricati di dirigere l'intera operazione. Erano appostati su una collina all'altezza dello svincolo di Capaci, lungo l'autostrada A29 in direzione Palermo.
Alle 17:58, nei pressi di Capaci, la terra si aprì.
L'inferno esplose. La prima vettura del convoglio saltò in aria proprio sopra l'esplosivo e venne scaraventata per oltre duecento metri, finendo in un terreno coltivato a ulivi e limoni. Tutti gli occupanti morirono sul colpo.
La seconda vettura si schiantò frontalmente contro l'enorme blocco di cemento sollevato dall'esplosione che aveva devastato l'autostrada. La terza riuscì a fermarsi, urtando la seconda, e tutti i suoi occupanti sopravvissero. Giuseppe Costanza, che quel giorno sedeva sul sedile posteriore della vettura di Falcone, riuscì a uscire dall'abitacolo con le proprie forze.

Francesca rimase intrappolata nell'abitacolo e venne estratta dai primi soccorritori giunti sul luogo dell'attentato. Giovanni, invece, dovette attendere l'arrivo dei vigili del fuoco. Il suo corpo, ormai privo di conoscenza, era rimasto incastrato contro il volante della vettura. Dopo essere stati liberati dalle lamiere contorte, Giovanni e Francesca furono trasportati in due ospedali diversi. Le condizioni di entrambi erano disperate.
Le numerose fratture, le gravi contusioni e le emorragie interne rendevano ormai quasi impossibile ogni tentativo di salvarli. Falcone venne ricoverato all'Ospedale Civico di Palermo, dove, per oltre un'ora, i medici cercarono invano di rianimarlo dopo ripetuti arresti cardiocircolatori.
Giovanni Falcone morì alle 19:05 del 23 maggio 1992, assistito fino all'ultimo dal collega e amico Paolo Borsellino, che, appena appresa la notizia dell'attentato, si era precipitato sul luogo della strage e poi in ospedale.
Francesca, inizialmente trasportata all'Ospedale Cervello e successivamente trasferita all'Ospedale Civico, nei brevi momenti di coscienza continuava a ripetere la stessa domanda: «Dov'è Giovanni? Dov'è Giovanni?»
Le gravissime lesioni interne provocarono la sua morte poco dopo le 22:00. La strage di Capaci si concluse così, quattro ore dopo l'esplosione che aveva cambiato per sempre la storia dell'Italia. Due giorni dopo si celebrarono i funerali di Stato nella Chiesa di San Domenico, in via Roma, a Palermo.
Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro vennero salutati per l'ultima volta insieme. Quel 25 maggio 1992, migliaia di siciliani si radunarono attorno alla chiesa per rendere omaggio agli uomini e alle donne dello Stato, ai loro eroi.
Ma insieme alle bare arrivarono anche molti di quei rappresentanti delle istituzioni che, negli anni precedenti, avevano criticato, isolato e spesso lasciato solo Falcone nella sua lotta contro Cosa Nostra. Quando la folla li riconobbe, la reazione fu immediata. Tra fischi, urla e contestazioni, i politici furono costretti ad allontanarsi sotto la protezione delle forze dell'ordine, evitando a fatica di essere aggrediti.
Ogni anno, il 23 maggio, in Italia, negli Stati Uniti e in molti altri Paesi del mondo si svolgono iniziative per ricordare la vita e l'opera del giudice Giovanni Falcone, della magistrata Francesca Morvillo e degli agenti di polizia Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Per molti, Giovanni Falcone e tutte le vittime di Capaci sono diventati eroi immortali. Non supereroi. Uomini e donne che hanno scelto di affrontare la mafia. Ma Giovanni Falcone fu qualcosa di più di un eroe capace di vincere la paura. Fu uno scienziato della giustizia.
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