Il valore di ciò che non si vende

Vendere un bene confiscato permette di recuperare denaro. Conservarlo e restituirlo alla società può significare ottenere qualcosa di molto più difficile: recuperare territorio, ricostruire comunità e trasformare in valore pubblico ciò che un tempo era una fonte di potere criminale.

Il 21 luglio 1711, nella fonderia di Johann Achamer, a Vienna, sta per essere completata un’operazione iniziata mesi prima, quando l’imperatore Giuseppe I aveva affidato al fonditore l’incarico di realizzare una grande campana per la cattedrale di Santo Stefano utilizzando il bronzo dei cannoni catturati all’esercito ottomano.
Le armi vengono fuse, le canne, le decorazioni e le iscrizioni scompaiono e il metallo assume la forma della Pummerin. Il bronzo dei cannoni che avevano assediato Vienna viene così sollevato sopra i suoi tetti e comincia a scandirne il tempo, diventando la voce della città che avrebbero dovuto contribuire a conquistare.
La storia della Pummerin non costituisce un caso isolato e il bronzo poteva percorrere anche la direzione opposta. Durante la Rivoluzione francese furono requisite migliaia di campane, incluse quelle di Notre-Dame, che finirono nelle fonderie per alimentare la produzione di artiglieria. Più di un secolo dopo, la Prima guerra mondiale impose la stessa trasformazione in migliaia di città europee.
Nel 1917 Karl Munzinger, decano protestante di Kusel, paragonò la rimozione delle campane dalle chiese tedesche al rovesciamento dell’immagine biblica delle spade trasformate in aratri. Terminato il conflitto, la trasformazione si invertì ancora una volta. Il 30 ottobre 1924 i cannoni degli eserciti che si erano combattuti furono fusi insieme a Trento, in Italia, cancellando la distinzione tra vincitori e sconfitti. Nacque così Maria Dolens, la Campana dei Caduti di Rovereto, che ancora oggi ricorda con i suoi rintocchi i caduti di tutti i Paesi coinvolti nella guerra.
Per secoli, in Europa, campane e cannoni hanno condiviso una storia materiale sorprendentemente intrecciata. Il bronzo poteva essere trasformato più volte, passando da uno strumento di guerra a un oggetto destinato alla vita civile, o compiendo il percorso inverso secondo il succedersi dei conflitti e dei periodi di pace.
La materia rimaneva la stessa, mentre cambiavano radicalmente la sua funzione e il significato che assumeva per la società. La questione di fondo non riguardava soltanto il possesso di quel bronzo, ma la decisione su che cosa dovesse diventare.
Analogamente, oggi gli Stati si trovano a decidere la destinazione di beni che sono stati sottratti a un potere. Non si tratta più di cannoni serviti per fare la guerra, ma di ville, terreni, aziende, alberghi, appartamenti e interi complessi immobiliari sequestrati e confiscati a mafie, cartelli del narcotraffico e altre organizzazioni criminali. Negli ultimi decenni, il progressivo rafforzamento degli strumenti di aggressione ai patrimoni criminali ha moltiplicato il numero e il valore di questi beni, facendo emergere con sempre maggiore evidenza un problema rimasto per molto tempo in secondo piano. Una volta sottratti alle organizzazioni che li possedevano, che cosa farne?
In un numero crescente di Paesi, soprattutto in America Latina, la risposta è la vendita. L’asta pubblica permette di trasformare rapidamente in denaro un patrimonio difficile e costoso da amministrare e, soprattutto quando aumenta il numero dei beni da gestire, può apparire come la soluzione più semplice e pragmatica.
I dati recenti mostrano le dimensioni assunte da questo orientamento. Solo per citare due casi nella regione, in Brasile, nel 2025, il Ministero della Giustizia ha realizzato 502 aste nelle quali sono stati alienati oltre 10.990 beni. Nello stesso anno, la vendita di 51 immobili legati al narcotraffico ha prodotto più di 104 milioni di reais. In Messico, una prima asta elettronica organizzata dall’Istituto per restituire al popolo ciò che è stato rubato ha prodotto vendite per quasi 41 milioni di pesos, mentre una successiva ha aggiudicato 7.356 beni per quasi 24 milioni.
Eppure, prima ancora di stabilire quanto valgano quei beni e quanto sia possibile ricavare dalla loro vendita, rimane una scelta. Una villa, un terreno o un’azienda confiscati non sono più ciò che erano prima, perché è stato spezzato il rapporto con il potere criminale che li possedeva e li utilizzava. Come il bronzo uscito dalla fornace, possono assumere una nuova forma e una nuova funzione, ma decidere quale non è soltanto una questione di amministrazione patrimoniale.
In molti Paesi, una parte delle risorse provenienti dalla vendita dei beni confiscati contribuisce a finanziare politiche di sicurezza e giustizia, programmi di prevenzione o interventi di sviluppo sociale. Questo beneficio, tuttavia, non è sufficiente a rendere la vendita la soluzione preferibile.
La monetizzazione semplifica l’amministrazione del patrimonio e consente allo Stato di ridurne rapidamente gli oneri di gestione, ma comporta conseguenze negative che raramente trovano spazio in valutazioni concentrate soltanto sui vantaggi immediati della vendita.
Il primo limite della vendita è economico. I beni confiscati non sono beni qualsiasi e la loro provenienza può condizionare fortemente la disponibilità ad acquistarli, soprattutto nei territori nei quali le organizzazioni criminali continuano a esercitare una forte influenza.
Se gli acquirenti sono pochi, viene meno proprio quel meccanismo competitivo che dovrebbe consentire all'asta di avvicinarsi al valore reale del bene. Il rischio è quindi che patrimoni di grande valore vengano alienati a prezzi molto inferiori a quelli di mercato.
Si potrebbe sostenere che, anche in questi casi, per lo Stato qualsiasi ricavo rappresenti comunque un guadagno, dal momento che non ha dovuto acquistare il bene. Ma la confisca non è un'operazione a costo zero. Prima che un patrimonio entri definitivamente nella disponibilità pubblica sono necessarie indagini patrimoniali, procedimenti giudiziari, sequestri e spesso anni di amministrazione, che richiedono il lavoro di investigatori, magistrati e funzionari e l'impiego di ingenti risorse pubbliche. Nel caso degli immobili, inoltre, la vendita comporta la rinuncia definitiva a un patrimonio che può conservare o aumentare il proprio valore nel tempo.
Un problema ancora più delicato riguarda la possibilità di verificare chi si nasconda realmente dietro un’offerta. L’identità formale dell’acquirente non coincide necessariamente con quella del titolare effettivo e la partecipazione attraverso prestanome, intermediari o società rende difficile individuare eventuali legami con le persone alle quali il patrimonio era stato sottratto.
Altrettanto complesso può essere ricostruire la provenienza del denaro utilizzato. Il caso del narcotrafficante galiziano Sito Miñanco mostra quanto questo rischio sia concreto. Nel 2024, durante il processo dell’operazione Mito, un agente di polizia ha riferito il contenuto di alcune conversazioni intercettate nelle quali Miñanco disponeva che i suoi collaboratori fossero pronti ad acquistare all’asta il cantiere O Facho e altri immobili riconducibili al suo patrimonio.
Se un’operazione di questo tipo va a buon fine, si produce un paradosso. Lo Stato può impiegare anni e ingenti risorse per individuare un patrimonio, sequestrarlo, ottenerne la confisca definitiva e amministrarlo, per poi rischiare di restituirlo allo stesso ambiente criminale attraverso una transazione perfettamente legale.
Se, inoltre, l’acquisto viene finanziato con capitali di provenienza illecita che i controlli non riescono a individuare, l’asta può finire per offrire anche l’occasione di trasformare denaro criminale in un bene accompagnato da un titolo di proprietà pienamente legittimo.
Conservare la proprietà pubblica riduce questo rischio e permette allo Stato di continuare a esercitare un controllo sulla destinazione del bene. La questione assume un'importanza ancora maggiore nei territori nei quali le organizzazioni criminali mantengono una capacità di intimidazione significativa.
Un privato che acquista un immobile può essere sottoposto a pressioni perché lo ceda o lo restituisca, mentre un bene che rimane di proprietà dello Stato e viene affidato a un ente pubblico, a una comunità o a un'organizzazione sociale conserva una protezione istituzionale molto più forte.
Ciò che si perde con la vendita non riguarda tuttavia soltanto il valore economico del patrimonio o la capacità dello Stato di conservarne il controllo, ma anche la possibilità di utilizzare ciò che è stato sottratto alla criminalità come strumento per riparare almeno una parte del danno che quella stessa criminalità ha prodotto.
La criminalità organizzata non produce soltanto vittime dirette. La sua presenza impoverisce i territori, altera l’economia, limita la libertà delle persone, condiziona le istituzioni e sottrae alla collettività risorse e opportunità. Si tratta di un danno diffuso, difficile da misurare e ancora più difficile da riparare, che tuttavia non può rimanere estraneo alle responsabilità dello Stato.
Destinare a uso sociale e collettivo un bene confiscato offre uno strumento concreto per intervenire su questa dimensione del danno. Le proprietà che hanno contribuito a costruire e rendere visibile il potere di un’organizzazione criminale possono continuare a produrre valore a beneficio della comunità che quel potere ha danneggiato, diventando luoghi di educazione e cultura, servizi pubblici, centri sociali, cooperative, spazi di aggregazione o attività capaci di creare lavoro e sviluppo locale.
Naturalmente anche il denaro ottenuto attraverso la vendita può finanziare politiche sociali e contribuire alla prevenzione. Esiste però una differenza sostanziale tra utilizzare quel ricavato per finanziare una politica di prevenzione e fare del bene confiscato uno strumento diretto di prevenzione.
Nel primo caso il patrimonio viene convertito in un’entrata destinata a esaurirsi con il suo impiego. Nel secondo rimane nel territorio e può continuare a produrre nel tempo servizi, lavoro, partecipazione e opportunità. Il riutilizzo sociale non si limita quindi a finanziare una strategia di contrasto alla criminalità organizzata, ma diventa esso stesso parte di quella strategia, con un impatto che può consolidarsi e crescere nel tempo.
Questa differenza assume un’importanza ancora maggiore quando le risorse ottenute attraverso la vendita vengono assorbite da politiche di contrasto prevalentemente repressive, che da sole non sono in grado di modificare le condizioni sociali e territoriali favorevoli al radicamento della criminalità organizzata.
Per una comunità che conosce la storia di un immobile confiscato, vedere quel bene continuare a esistere con una funzione opposta a quella precedente rende invece tangibile la capacità dello Stato e della società di trasformare ciò che è stato sottratto alla criminalità.
È questa trasformazione a conferire al riutilizzo un valore politico, simbolico e educativo. La confisca dimostra che un’organizzazione criminale può perdere le ricchezze accumulate e il controllo esercitato attraverso di esse; il riutilizzo mostra che quelle stesse ricchezze possono essere messe al servizio delle persone e dei territori che quel potere aveva impoverito o condizionato.
La proprietà rimane pubblica, il bene conserva il proprio valore economico e lo Stato mantiene la possibilità di vigilare sulla sua destinazione. Ciò che era stato sottratto alla collettività ritorna così a produrre valore per la collettività, in una forma di restituzione che non cancella la storia del bene, ma ne cambia il significato.
Su questa idea l’Italia ha costruito nel corso degli ultimi trent’anni un’esperienza difficilmente paragonabile, per dimensioni e durata, a quelle sviluppate finora in altri Paesi. Nel 1995 la campagna promossa dall’associazione Libera raccolse oltre un milione di firme chiedendo che i patrimoni sottratti alle mafie fossero restituiti alla società. L’anno successivo la legge 109 rese possibile il riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati. Trent’anni dopo, sono 1.332 le realtà sociali che gestiscono beni confiscati in 448 comuni e 19 regioni italiane.
L’esperienza italiana mostra che la destinazione di un bene confiscato può essere qualcosa di più della fase conclusiva di un procedimento patrimoniale. Può diventare parte della stessa strategia di contrasto alla criminalità organizzata, affiancando alla repressione strumenti di prevenzione, riparazione e ricostruzione dei territori. In fondo, è la stessa idea mostrata dalla storia del bronzo raccontata all’inizio. Si tratta di non limitarsi a sottrarre a un potere gli strumenti che aveva utilizzato, ma di decidere quale nuova funzione attribuire loro.
La destinazione sociale tuttavia non è la strada più semplice, visto che conservare e riutilizzare un bene richiede più tempo e maggiori capacità amministrative rispetto alla sua vendita. Gli immobili possono arrivare alla confisca in cattive condizioni, presentare irregolarità urbanistiche, essere occupati o richiedere investimenti considerevoli prima di poter essere utilizzati.
Le realtà che li ricevono non sempre dispongono delle risorse economiche e tecniche necessarie e, nei territori nei quali si concentra un numero particolarmente elevato di confische, può diventare difficile trovare una destinazione adeguata a ogni bene.
Queste difficoltà spiegano perché la vendita possa apparire una soluzione attraente. Trasforma un patrimonio complesso da amministrare in denaro, solleva rapidamente lo Stato dagli oneri della sua gestione e permette di contabilizzare immediatamente il risultato ottenuto. Il riutilizzo sociale richiede invece politiche pubbliche capaci di accompagnare il bene dalla confisca alla sua nuova destinazione, sostenere gli enti e le organizzazioni che lo ricevono e mettere a disposizione le risorse necessarie per recuperarlo e mantenerlo nel tempo.
La scelta tra vendere e riutilizzare non dovrebbe però essere presentata come una contrapposizione tra efficienza e inefficienza. La vendita può essere necessaria per determinate categorie di beni e in circostanze nelle quali non esistano alternative realistiche. Anche nel sistema italiano la vendita rimane una possibilità, sebbene residuale, quando un immobile non può essere destinato a finalità pubbliche o sociali o quando occorre tutelare diritti riconosciuti a terzi in buona fede.
Il problema nasce quando ciò che dovrebbe essere uno degli strumenti disponibili diventa la risposta prevalente all’aumento dei patrimoni confiscati. Se la crescita del numero dei beni viene affrontata principalmente accelerandone la vendita, lo Stato perde un patrimonio pubblico, riduce la propria capacità di controllarne la destinazione futura e rinuncia a utilizzarlo direttamente per riparare il danno prodotto dalla criminalità organizzata nei territori.
Per questo la sfida non dovrebbe essere trovare il modo più rapido per liberarsi dei beni confiscati, ma costruire istituzioni capaci di amministrarli, recuperarli e restituirli alla collettività. La destinazione non costituisce l’ultimo problema da risolvere dopo una confisca, ma è parte integrante della strategia attraverso la quale lo Stato contrasta il potere criminale e prova a ricostruire ciò che quel potere ha danneggiato.
Tre secoli fa, nella fonderia di Vienna, il bronzo dei cannoni ottomani non perse il proprio valore quando cessò di essere un’arma. Più di due secoli dopo, a Trento, le artiglierie della Prima guerra mondiale non dovettero essere vendute perché potessero tornare utili. In entrambi i casi qualcuno decise che quella materia poteva continuare a esistere, assumendo però una funzione e un significato diversi.
È questa la domanda che dovremmo porci anche davanti ai beni sottratti alla criminalità organizzata. Non soltanto quanto valgono e quanto possiamo ricavare vendendoli, ma che cosa possono diventare.
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