Paolo Borsellino: il lavoratore antimafia
- Lucas Manjon

- 1 mag 2024
- Tempo di lettura: 19 min
Paolo Borsellino è stato un magistrato italiano che, insieme al suo amico e collega Giovanni Falcone, portò avanti numerosi procedimenti contro la mafia siciliana, tra cui il Maxiprocesso di Palermo del 1986. Questa è una parte della sua storia.

Il 19 luglio 1992, il magistrato antimafia Paolo Borsellino pranzava insieme alla moglie Agnese e ai figli Manfredi e Lucia in una località costiera tra Terrasini e Capaci. Terminato l’incontro familiare, Paolo si preparò a rispettare l’appuntamento che, pochi minuti prima, aveva concordato con sua madre. L’aveva avvertita che sarebbe andato a trovarla nel pomeriggio nella sua casa di via Mariano d’Amelio 21, una strada senza uscita che, di fatto, fungeva da parcheggio per i residenti della zona.
Davanti a quell’edificio, che le forze di sicurezza avrebbero dovuto proteggere a causa dell’altissimo rischio rappresentato dall’essere familiari del principale nemico della mafia, la stessa mafia, insieme a settori deviati dei servizi segreti dello Stato italiano — coinvolti in una trattativa con Cosa Nostra per tentare di porre fine alle stragi —, aveva parcheggiato da diversi giorni una Fiat 126 carica di centinaia di chilogrammi di tritolo (TNT).
Paolo arrivò a bordo di tre automobili, accompagnato dai sei agenti della sua scorta. Tra loro c’era Emanuela Loi, una giovanissima poliziotta di appena ventiquattro anni. Quando era stata assegnata alla sua scorta e si era presentata, rispettosa e nervosa, Paolo aveva reagito con stupore, ammirazione e simpatia: «E dovrebbe essere lei a difendere me? Dovrei essere io a difendere lei».
Quando Paolo scese dall’auto, gli agenti della scorta lo accompagnarono e, tutti insieme, si diressero verso l’ingresso dell’edificio. Alle 16:58, attraverso un telecomando — anche se alcune ricostruzioni continuano a sostenere che l’esplosivo fosse collegato al citofono dell’abitazione della madre di Borsellino —, venne azionata la bomba collocata da giorni nella Fiat 126, in una strada senza uscita, davanti all’edificio in cui viveva la madre del principale obiettivo della mafia siciliana.
L’esplosione distrusse, lacerò e dilaniò i corpi di Paolo e di cinque dei sei agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
La bomba, oltre a strappare la vita a sei servitori dello Stato, ferire ventiquattro persone, devastare le facciate degli edifici e incendiare decine di automobili parcheggiate nei dintorni, finì per cancellare la poca, pochissima speranza che restava a una parte molto ampia del popolo italiano — soprattutto siciliano — che continuava ad affidarsi alla giustizia e agli uomini e alle donne che sostenevano e difendevano lo Stato di diritto.
I vuoti, nella fisica, nella politica così come nei sentimenti, vengono naturalmente occupati da qualcos’altro. La speranza evaporata insieme al fumo della bomba venne sostituita da una rabbia solida, dall’ira e dalla collera che, a volte, possono diventare un motore molto più esplosivo e mobilitante dei sentimenti genuinamente e culturalmente accettati.
I siciliani occuparono i balconi, le strade e la cattedrale per chiedere che la mafia venisse espulsa dalle viscere dello Stato.
Paolo Emanuele Borsellino nacque il 19 gennaio 1940. Fu il secondo figlio di una famiglia della classe media che ebbe altri tre figli: Adele, di due anni più grande; Salvatore, di tre anni più giovane; e Rita, di cinque anni più giovane.
La famiglia Borsellino viveva a Palermo, nel popoloso quartiere della Kalsa, segnato da profonde influenze arabe. Magro e piuttosto alto per la sua età, con un caratteristico ciuffo ben pettinato che gli ricadeva leggermente sulla fronte, Paolo frequentava la scuola elementare al mattino e, nel pomeriggio, incrociava il proprio tempo e il proprio spazio con colui che il lavoro, l’amicizia e il rischio di essere assassinati avrebbero trasformato quasi in un quarto fratello: il futuro magistrato Giovanni Falcone.

Durante gli anni del liceo, Paolo frequentò il Liceo Giovanni Meli, dove diresse il giornale Agorà e cominciò a confrontarsi direttamente con le questioni politiche dell’epoca, profondamente segnate dai temi del dopoguerra.
Terminati gli studi, alla fine degli anni Cinquanta si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, dove, oltre a distinguersi come studente eccellente, proseguì il proprio avvicinamento alla politica.
Entrò rapidamente a far parte del Fronte Universitario d’Azione Nazionale (FUAN) — l’organizzazione studentesca universitaria del Movimento Sociale Italiano (MSI) — e divenne un dirigente di rilievo a livello regionale.
Il suo avvicinamento al MSI, una formazione collocata ai margini della politica e i cui membri si consideravano custodi dell’eredità fascista in Italia, derivava da una tradizione familiare vicina alla destra politica tradizionale.
L’effervescenza di quegli anni e le dispute tra le diverse organizzazioni non sempre venivano risolte attraverso la diplomazia e finivano spesso in scontri e tafferugli corpo a corpo che, in molte occasioni, si concludevano con diversi arresti e con la comparizione davanti a un giudice.
Durante uno di quei tanti scontri, Paolo si ritrovò davanti al magistrato Cesare Terranova — futuro promotore di un nuovo e moderno approccio giudiziario alla lotta contro la mafia —, il quale stabilì che Paolo non aveva alcuna responsabilità nell’accaduto.

Nel 1962, a soli ventidue anni, Borsellino si laureò in Giurisprudenza con il massimo dei voti e la lode. La promettente carriera che si prospettava davanti a Paolo dovette però essere momentaneamente interrotta dalla morte improvvisa del padre, che lo costrinse a occuparsi dell’attività di famiglia — una farmacia — fino a quando la sorella minore Rita non avesse concluso gli studi in Farmacia e fosse stata in grado di prenderne le redini.
Mentre si occupava di preservare il benessere della famiglia, nel 1963 superò il concorso per entrare nella magistratura italiana e divenne il magistrato più giovane nella storia del Paese.
La sua carriera giudiziaria si sviluppò su entrambe le sponde del fiume Salso. Cominciò nell’entroterra, nella centrale e impervia provincia di Enna, nel 1965. Due anni dopo si trasferì in provincia di Trapani, a Mazara del Vallo, dove iniziò a confrontarsi, sul piano giudiziario, con le prime indagini sulla mafia.
Fu anche il luogo in cui conobbe la sua futura moglie, Agnese, una giovane studentessa universitaria figlia di Angelo Piraino Leto, presidente del Tribunale di Palermo.
Si innamorarono molto rapidamente. Paolo aveva ventotto anni e Agnese venticinque. Poco dopo l’inizio della relazione decisero di sposarsi. Negli anni Sessanta, in Italia, in Sicilia, a Trapani, una relazione che doveva essere rapidamente ufficializzata davanti a Dio e allo Stato suscitò ogni genere di speculazione, che si trasformarono immediatamente in voci su una presunta gravidanza e sulla modernità della giovane coppia.
La coppia viveva a Palermo. Ogni giorno Paolo prendeva il primo treno del mattino per raggiungere il proprio ufficio a Mazara del Vallo, a più di 120 chilometri di distanza. Si sposarono nel 1968.
Paolo si sentiva profondamente grato per l’amore che Agnese gli donava e per il sostegno costante sul quale poteva sempre contare. Sapeva che lei avrebbe potuto innamorarsi di un’altra persona, di qualcuno capace di offrirle una vita comoda, agiata, forse più conforme a quella che ci si sarebbe potuti aspettare per la giovane figlia di un magistrato italiano.
Paolo rideva e le diceva che lei stava con lui perché: «Ti stimolo, ti provoco, ti porto la buona novella che si nasconde nelle tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così la nostra sarà un romanzo che non finirà mai, finché vivrò».
L’impegno di Paolo nelle indagini contro la mafia — quell’antichissima mafia che stava attraversando una delle sue tante metamorfosi, cominciando a inserirsi nel narcotraffico su larga scala e nel riciclaggio di denaro attraverso il settore immobiliare — lo portò ad avanzare nella carriera e a cambiare ufficio, edificio e territorio.
Nel 1969 venne nominato magistrato a Monreale, molto più vicino alla città di Palermo e, proprio per questo, in un territorio segnato da una forte presenza mafiosa. Lì, funzionari delle forze dell’ordine come Emanuele Basile — capitano dei Carabinieri — e Boris Giuliano — capo della Squadra Mobile di Palermo — conducevano indagini sulle famiglie mafiose che controllavano il traffico di eroina verso gli Stati Uniti e l’Europa.

Cesare Terranova, il magistrato davanti al quale Paolo si era ritrovato dopo uno scontro con gruppi di sinistra durante gli anni universitari, conduceva una serie di procedimenti contro Cosa Nostra. Portò a processo più di cento mafiosi coinvolti nella prima guerra di mafia, indagò sui dirigenti della Democrazia Cristiana in Sicilia e sui legami che questi intrattenevano con la mafia siciliana — soprattutto con quella che concentrò il proprio potere attorno a Palermo fino agli anni Ottanta — e lavorò insieme al deputato e sindacalista Pio La Torre all’elaborazione di una nuova legge antimafia, quando anche lui sedeva in Parlamento nelle file del Partito Comunista.
Non appena concluse la propria esperienza nella politica nazionale, chiese di essere reintegrato nella magistratura e venne nominato consigliere istruttore presso il Tribunale di Palermo, dove Paolo lavorava ormai da quattro anni. Ma la mafia aveva cominciato ad adottare una nuova strategia: eliminare i funzionari dello Stato che le si opponevano.
Nel luglio del 1979, al bar Lux, venne assassinato il capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano. A settembre, la mafia non volle — in quello che considerava un proprio dominio per diritto di violenza e tradizione — che un giudice indipendente tornasse in città dopo sette anni trascorsi nella capitale del Paese, portando con sé molti più contatti di quanti ne avesse quando era partito e mettendoli a disposizione del sistema per perseguirla. Cesare venne assassinato il 25 settembre insieme al suo agente di scorta e amico Lenin Mancuso.
Quando era tornato a Palermo, Cesare aveva cercato di tranquillizzare sua moglie dicendole che la mafia non avrebbe osato colpire i giudici. Cesare Terranova sarebbe diventato il primo di una lunga lista di magistrati assassinati dalla mafia. Pochi mesi dopo, il 4 maggio 1980, Cosa Nostra assassinò il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile e, il 6 agosto, il procuratore Gaetano Costa.
La situazione di pericolo e il rischio per la vita dei funzionari che affrontavano la mafia aumentavano giorno dopo giorno. Per questo motivo, a molti di loro cominciarono a essere assegnate, con sempre maggiore regolarità e naturalezza, delle scorte di polizia. Paolo, insieme alla sua famiglia e ai suoi tre figli, non avrebbe fatto eccezione.
Nonostante l’avanzata mafiosa, il giudice Rocco Chinnici costituì un gruppo speciale di magistrati e investigatori dedicati esclusivamente alla lotta contro le organizzazioni mafiose.
Il cosiddetto pool antimafia, guidato dallo stesso Chinnici e composto da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Gioacchino Natoli, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, si dedicò a raccogliere, analizzare e incrociare informative, rapporti di polizia e procedimenti giudiziari che, fino a quel momento, erano apparsi scollegati tra loro. L’obiettivo era concentrare le informazioni su un’organizzazione come Cosa Nostra, che i magistrati avevano ormai cominciato a considerare centralizzata e strutturata in forma piramidale.
La squadra era composta da specialisti, uomini dello Stato che consideravano il proprio lavoro una responsabilità straordinaria. Ma era anche un gruppo unito da sentimenti di profondo rispetto, fiducia e affetto, tanto che Rocco, il capo della squadra, affidò sua figlia, una giovane avvocata, alla tutela di Paolo.
Mentre quel nuovo metodo di lavoro veniva messo in pratica e cominciava a produrre i primi risultati, Cosa Nostra continuava a uccidere.
Nel 1982 assassinò a colpi d’arma da fuoco il politico comunista Pio La Torre — già collega parlamentare di Cesare Terranova — e il suo compagno di partito Rosario Di Salvo. Pochi mesi dopo vennero assassinati il generale e prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa e sua moglie. Nel 1983, la mafia uccise anche Rocco Chinnici.
La direzione del pool passò allora al magistrato fiorentino Antonino Caponnetto. Il gruppo cercò di concentrare il proprio lavoro in una maxi-istruttoria giudiziaria fondata sulle dichiarazioni di due pentiti — collaboratori di giustizia — e sull’analisi dei movimenti bancari e patrimoniali dei mafiosi, dei loro associati e dei politici collusi.
All’inizio degli anni Ottanta, una fazione raccolta attorno a un gruppo di mafiosi della piccola città di Corleone attaccò la dirigenza di Cosa Nostra che aveva conquistato il potere nell’organizzazione durante la prima guerra di mafia.
I corleonesi, guidati da Salvatore Riina, ordinavano di assassinare i familiari fino al ventesimo grado di parentela quando non riuscivano a eliminare direttamente il mafioso che cercavano.
Tommaso Buscetta, importante esponente legato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova, fu uno di coloro che subirono le perdite familiari più devastanti nel corso della guerra. In appena un paio d’anni, i sicari della nuova dirigenza di Cosa Nostra avevano assassinato undici suoi familiari: due figli, un fratello, un nipote, un genero e altri quattro nipoti.
Buscetta era stato anche uno dei tanti adolescenti che, quarant’anni prima, avevano condiviso attività e spazi ricreativi con Paolo e Giovanni Falcone nelle strade del quartiere della Kalsa. Da alcuni anni era latitante per la giustizia italiana. Sotto la falsa identità di Paolo Roberto Felici, si era nascosto in Brasile, lontano sia dalla giustizia sia dai corleonesi.
Il 23 ottobre 1983, venne arrestato in una villa di San Paolo insieme alla moglie, ai quattro figli e al figlio di un altro mafioso. Dopo l’arresto venne trasferito a Brasilia, la capitale del Brasile, dove per oltre un anno ricevette la visita di diversi magistrati italiani — tra cui Giovanni Falcone — che cercavano di convincerlo a diventare un collaboratore di giustizia o, secondo il linguaggio dei mafiosi, un infame.
Con educazione e sistematicità, Buscetta rifiutava ogni proposta e ogni possibile beneficio. Tentò di suicidarsi per evitare l’estradizione in Italia, ma non ci riuscì.

Quella posizione di Buscetta venne meno quando arrivò a Roma, scortato dalle forze di sicurezza italiane, con una coperta a coprire le mani ammanettate, e venne condotto negli uffici della Questura. Subito dopo l’estradizione accettò di collaborare con il pool antimafia, e in particolare con Giovanni Falcone, l’uomo che aveva appena conosciuto durante l’adolescenza, che non aveva più incontrato fino a quel momento e che aveva scelto un percorso di vita completamente opposto al suo.
L’indagine su Cosa Nostra proseguiva e si arricchiva delle dichiarazioni di un nuovo pentito, un collaboratore di giustizia o un infame — a seconda del lato dal quale lo si giudicasse — come Salvatore Contorno, che confermò le dichiarazioni di Buscetta e diede nuovo impulso alle indagini.
La pressione della magistratura e delle forze di sicurezza provocò la reazione dei vertici di Cosa Nostra. Nel 1985 ordinarono una nuova serie di omicidi. Nel luglio di quell’anno venne assassinato il poliziotto Beppe Montana. Mentre Paolo si dirigeva sul luogo del delitto insieme al funzionario di polizia Ninni Cassarà, quest’ultimo gli disse: «Dobbiamo convincerci che siamo cadaveri che camminano».
Quella frase, carica di una disperazione silenziosa e premonitrice, si trasformò in realtà nell’agosto successivo, appena un mese dopo, quando Ninni Cassarà e Roberto Antiochia vennero assassinati. Tre dei più stretti collaboratori del pool antimafia erano stati uccisi in appena due mesi. Intanto, nelle strade di Palermo e nei corridoi del Palazzo di Giustizia, cominciava a circolare una voce: Paolo e Giovanni Falcone sarebbero stati i prossimi obiettivi di Cosa Nostra.
Il rischio per le loro vite era ormai così elevato che, per poter completare l’ordinanza e portare a processo più di settecento mafiosi accusati di appartenere e/o collaborare con Cosa Nostra, i colleghi e amici Paolo e Giovanni, insieme alle loro famiglie, vennero trasferiti nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara, sull’isola della Sardegna. Vissero tutti insieme per più di un mese tra i muri rinforzati, le sbarre e il filo spinato della prigione.
Paolo portava dentro di sé il senso di colpa per aver costretto la propria famiglia a vivere in un luogo inospitale, sterile e deprimente e, soprattutto, per i disturbi alimentari di cui soffriva Lucia — sua figlia di sedici anni — provocati dalla tensione, dallo stress e da quella permanente sensazione di morte che accompagnava ormai la loro vita.
Soltanto l’8 novembre 1985, quando i due magistrati terminarono l’ordinanza-accusa intitolata Abbate Giovanni + 706, poterono tornare alla loro vita in Sicilia. Un mese dopo, Paolo e Giovanni dovettero pagare 415.000 lire per il vitto e l’alloggio durante il loro soggiorno nel carcere. Particolarità della lotta antimafia.

Il 10 febbraio 1986 iniziava il grande processo contro Cosa Nostra. Si chiamava Maxiprocesso di Palermo, un nome destinato a essere utilizzato e ripetuto ogni volta che si sarebbe celebrato un processo contro la mafia con un numero particolarmente elevato di imputati mafiosi.
Per lo svolgimento del processo vennero investiti 36 miliardi di lire nella costruzione dell’aula in cui si sarebbero tenute le udienze. Sembrava più un bunker che un’aula di tribunale. E, di fatto, lo era: disponeva di un sistema di difesa e di pareti capaci di resistere ad attacchi con razzi o missili.
All’interno dell’aula vennero installate anche delle celle. Inoltre, 850 metri quadrati di vetro blindato rendevano l’aula ancora più sicura dello stesso carcere palermitano dell’Ucciardone, all’interno del quale era stata costruita.
Il 16 dicembre 1987, dopo 21 mesi, 638 giorni e 349 udienze, il Maxiprocesso di Palermo, iniziato con 475 imputati accusati di 120 omicidi, traffico di droga, estorsione e associazione mafiosa, si concludeva con 339 condanne, 19 ergastoli, 2.665 anni di carcere complessivi e 11,5 miliardi di lire di multe. Il Maxiprocesso era ormai un vero e proprio evento storico sul piano politico, giudiziario e culturale. Quel processo rappresentava uno spartiacque nella lotta contro la mafia.
Subito dopo la conclusione del processo, gli avvocati difensori cominciarono a preparare i ricorsi in appello, mentre una parte consistente della politica si occupava — o, meglio, si preoccupava — di fermare tutte quelle indagini ancora aperte che risultavano scomode per il proprio passato e per i propri interessi. Paolo chiese di essere nominato procuratore a Marsala, la città più popolosa della provincia di Trapani.
Antonino Caponnetto attendeva il provvedimento che gli avrebbe permesso di tornare a Firenze e di lasciare il proprio incarico a Giovanni Falcone. Ma i membri del Consiglio Superiore della Magistratura, condizionati da pressioni, interessi e gelosie, scelsero il più anziano Antonino Meli.
Una volta insediatosi, Meli cominciò a smantellare ciò che restava del pool antimafia, sommerse gli ex componenti del gruppo di incarichi frammentari e pose fine al complesso metodo di lavoro elaborato per affrontare le indagini sulla criminalità organizzata.
Paolo fu uno dei primi ad alzare la voce e a criticare pubblicamente le decisioni adottate all’interno della magistratura palermitana. In alcune interviste criticò apertamente le scelte di Meli, una presa di posizione che gli costò l’apertura di un procedimento disciplinare interno a suo carico, destinato a rimanere aperto per diversi anni.

Come procuratore a Marsala, Paolo conduceva diverse indagini contro la mafia, ma dovette occuparsi anche della strage di Ustica — l’abbattimento, l’esplosione o la caduta di un aereo nel Mar Tirreno — e dell’omicidio di tre bambine, un caso avvenuto diciotto anni prima che Paolo tentò di chiarire.
Nel 1991 ebbe anche l’opportunità di conoscere Rita Atria, una ragazza di diciassette anni, figlia di un mafioso di Partanna assassinato e sorella di un altro mafioso ucciso mentre tentava di vendicare la morte del padre.
Rita, seguendo la decisione della cognata di collaborare con la giustizia per cercare giustizia e non vendetta, divenne la più giovane collaboratrice di giustizia della storia.
Paolo si trasformò nella figura paterna di cui aveva bisogno quella giovane picciridda, costretta ad abbandonare il proprio paese e una madre che, prima ancora di essere madre, era una vedova di mafia. Rita arrivò a Roma portando con sé molte più cicatrici che gesti d’affetto ricevuti.
Paolo cercava di convincerla, nonostante tutto, a mantenere i contatti con sua madre, anche se la donna, da lontano e con ancora maggiore ostinazione, disprezzava la figlia per aver scelto di collaborare con la giustizia. Durante ogni crisi, Paolo cercava di consolarla: «Rituzza, so quanto stai male. Ma cerca di resistere: dopotutto è tua madre».
La figura paterna di Paolo non derivava soltanto dal suo ruolo di magistrato onesto e rispettato, ma anche dal fatto che era l’unico che — proprio come un tempo il padre di Rita — riusciva a fermare gli insulti della madre contro la figlia. Paolo era il suo eroe e Rita sentiva che, attraverso il proprio impegno e le informazioni che aveva fornito alla giustizia, poteva essere al suo fianco.
Nel frattempo, il progressivo arretramento delle indagini contro la mafia, provocato dagli ostacoli posti da alcuni settori della classe politica e della magistratura, spinse Falcone a trasferirsi a Roma e ad accettare l’incarico di direttore generale degli Affari penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia.

Nel marzo del 1992, Paolo si trasferì da Marsala a Palermo come procuratore aggiunto. Cercò di concludere alcune indagini ancora aperte, avviate grazie alla collaborazione del mafioso Vincenzo Calcara, che, oltre a rivelare informazioni su Cosa Nostra e sui politici siciliani, dichiarò di aver ricevuto l’incarico di assassinare lo stesso Paolo.
A Roma, Giovanni Falcone continuava a ricevere nuove critiche mentre promuoveva un pacchetto di leggi finalizzato a centralizzare le indagini antimafia, inasprire le pene per i reati di mafia e introdurre la possibilità di sciogliere le amministrazioni comunali infiltrate dalla criminalità mafiosa.
I magistrati e i politici che si opponevano a Falcone tornarono ad attaccarlo pubblicamente, accusandolo di voler concentrare nelle proprie mani il potere della lotta antimafia attraverso quel progetto. La sorpresa arrivò quando anche Paolo espresse la propria opposizione. Ma non lo fece, in alcun modo, con le stesse argomentazioni utilizzate dagli altri. Paolo aveva soltanto divergenze di strategia giudiziaria con il suo amico Giovanni.

I viaggi di Giovanni Falcone e di sua moglie — la magistrata Francesca Morvillo — da Roma alla Sicilia erano piuttosto frequenti. Quando l’aereo atterrava, la scorta assegnata a Giovanni sull’isola lo attendeva direttamente sulla pista.
Il 23 maggio 1992 non fece eccezione. All’ingresso della città di Capaci, proprio in prossimità dello svincolo dell’autostrada A29 in direzione di Palermo, alle 17:57 la terra si aprì e l’inferno eruttò.
La prima automobile del corteo passò esattamente sopra la bomba. L’esplosione la scaraventò a più di duecento metri di distanza, in un terreno di ulivi e limoni vicino all’autostrada. Tutti i suoi occupanti morirono sul colpo.
La seconda automobile si schiantò frontalmente contro il muro di cemento e detriti sollevato dalla distruzione dell’autostrada. La terza riuscì a fermarsi, urtando la seconda vettura, ma tutti i suoi occupanti sopravvissero.
L’agente di scorta e autista della seconda automobile — che quel giorno svolgeva soltanto il ruolo di agente di protezione — riuscì a uscire dal veicolo con le proprie forze.
Francesca rimase intrappolata nell’automobile e venne soccorsa dalle poche persone che accorsero sul luogo. Giovanni, invece, dovette attendere l’arrivo dei vigili del fuoco. Il suo corpo, privo di sensi e riverso sul volante, era rimasto incastrato tra le lamiere.
Dopo essere stati liberati dai rottami contorti dell’automobile, Giovanni e Francesca vennero trasportati in due ospedali diversi. Le condizioni di entrambi erano estremamente gravi, con fratture multiple, contusioni ed emorragie interne che rendevano disperato il loro quadro clinico.
Giovanni venne ricoverato all’Ospedale Civico di Palermo, dove per oltre un’ora fu colpito da una serie di crisi e arresti cardiorespiratori. Per i medici divenne impossibile mantenerlo in vita. Giovanni Falcone morì alle 19:05 del 23 maggio 1992 tra le mani del suo amico e collega Paolo Borsellino che, non appena appresa la notizia dell’attentato, si era immediatamente recato sul posto.
Due giorni dopo si tennero i funerali congiunti di tutte le vittime nella chiesa di San Domenico, in via Roma, a Palermo. Giovanni, Francesca, Vito, Rocco e Antonio vennero salutati con funerali di Stato. Quel 25 maggio 1992, attorno alla chiesa si radunò una moltitudine di siciliani che voleva rendere omaggio e dare l’ultimo saluto agli eroi dello Stato, ai propri eroi.
Ma al loro posto si trovarono davanti gli stessi funzionari che avevano criticato, diffamato e abbandonato Giovanni Falcone nella sua lotta contro la mafia. Quando la folla si accorse della presenza dei politici, la reazione non tardò ad arrivare. Li aggredì e li costrinse alla fuga, mentre il rischio di un linciaggio diventava sempre più concreto.
Paolo era assente. Il suo sguardo svuotato seguiva ogni movimento delle persone durante il funerale. Era assente, ma vigile. Non si allontanava dalla bara in cui riposava il corpo del suo amico e collega. Forse, già in quel momento, cominciava a pensare che sarebbe stato lui il prossimo. Che sarebbe stata la sua famiglia a dover sopportare un dolore simile.

Paolo annunciava che gli restava poco tempo. Diceva «quando mi uccideranno». Lui, come un cadavere che camminava, doveva agire rapidamente e cercare di perdere, almeno di poco, la sua corsa contro il tempo. Continuava a portare avanti le indagini che aveva in corso, ma cercava di essere coinvolto il più possibile nell’accertamento della verità sull’attentato contro Giovanni e tentava di esercitare pressione sui responsabili politici: «...il Paese, lo Stato, la magistratura, che forse è la più colpevole di tutti, cominciarono a lasciarlo morire [Falcone] proprio il 1° gennaio 1988... Si aprì la corsa alla successione all’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Falcone partecipò al concorso, ma immediatamente qualche Giuda si incaricò di prenderlo in giro e, nel giorno del mio compleanno, il Consiglio Superiore della Magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli».
Subito dopo l’attentato, lo Stato italiano disponeva il regime di isolamento e di detenzione particolarmente severa per i condannati per reati di mafia nelle carceri — l’articolo 41-bis —, una decisione che spinse i vertici di Cosa Nostra a intensificare ulteriormente gli attacchi contro lo Stato. In mezzo a tutto questo, Paolo venne a conoscenza dell’esistenza di contatti tra settori corrotti dello Stato — politici e uomini dei servizi di intelligence —, membri delle forze di sicurezza e mafiosi, con l’obiettivo di fermare le stragi in Sicilia. La situazione era diventata così grave che la stampa arrivava a paragonare Palermo a Beirut, appena uscita da quindici anni di guerra civile.
Paolo diffidava di tutto e di tutti.
La notizia delle trattative, arrivate dopo l’assassinio del principale simbolo della lotta contro la mafia, lo colpì profondamente. Cominciò a ucciderlo lentamente, durante cinquantasette giorni. La trattativa tra mafia e Stato, come sarebbe emerso molti anni dopo nelle inchieste e nei processi giudiziari, ruotava attorno alle richieste di Cosa Nostra di ottenere migliori condizioni di detenzione e di fermare le indagini aperte contro i vertici dell’organizzazione, in cambio della cessazione degli omicidi e degli attentati con autobombe.
Paolo venne a conoscenza di diversi dettagli relativi a quei contatti e cominciò a diffidare sempre di più delle persone che lo circondavano. Sua moglie Agnese, alcuni anni dopo, avrebbe raccontato alcune conversazioni avute con Paolo nel luglio del 1992. Mentre fumavano sul balcone di casa, Paolo le disse di aver «visto la mafia in faccia» e aggiunse: «Mi hanno detto che il generale Subranni è punciutu». Punciutu: punto, “trafitto”, un riferimento al rito di iniziazione mafiosa. Antonio Subranni era il comandante del ROS, il Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri.
L’altra conversazione — e forse quella che Agnese ricordava con maggiore intensità — ebbe luogo la mattina del 18 luglio. Era molto presto e camminavano sulla spiaggia, senza scorta, soli, come quando avevano ventotto e venticinque anni e si erano appena conosciuti, passeggiando sulle spiagge di Mazara del Vallo. Paolo le disse: «Non sarà la mafia a uccidermi. Saranno altri, e accadrà perché qualcuno lo permetterà. E tra questi, anche qualche collega».

Il 19 luglio 1992, alle 16:58, finiva tutto. Furono le parole del magistrato Antonino Caponnetto quando, pochi minuti dopo l’attentato che aveva strappato la vita a Paolo, Emanuela, Agostino, Vincenzo, Walter e Claudio, confuso e barcollante per lo shock, cercava di salire su un’automobile e un giornalista gli chiedeva un commento su quella morte che, ancora una volta, lo travolgeva completamente. «È finito tutto».
Nei giorni successivi alla cosiddetta strage di via D’Amelio, le famiglie degli agenti di scorta assassinati celebrarono un funerale congiunto nella Cattedrale di Palermo. Le immagini di quel giorno fecero il giro del mondo. I palermitani raggiunsero la cattedrale e travolsero il cordone formato dai quattromila poliziotti schierati attorno all’edificio. La folla superò le transenne, spinse gli agenti e contestò duramente i rappresentanti dello Stato presenti al funerale. Le grida e gli insulti furono diversi, ma, con il passare dei minuti e con la rabbia a guidarli, finirono per unirsi in un’unica richiesta: «Fuori la mafia dallo Stato».
Il 24 luglio si celebrarono i funerali di Paolo nella chiesa di Santa Maria Luisa de Marillac. La famiglia aveva rifiutato i funerali di Stato. Voleva una cerimonia intima e privata, alla quale non partecipassero quei politici che avevano permesso l’assassinio di Paolo o che non avevano fatto nulla per impedirlo.
A partecipare, invece, furono più di diecimila cittadini, ormai svuotati della speranza ma colmi di rabbia, arrivati fino alla chiesa per dare l’ultimo saluto a colui che consideravano già un eroe. L’assassinio di Paolo è sempre rimasto immerso in un oceano di sospetti sulla partecipazione diretta di settori corrotti dello Stato.
Mafiosi di Cosa Nostra che, anni dopo, decisero di collaborare con la giustizia dichiararono che alla preparazione dell’autobomba — la Fiat 126 — aveva partecipato almeno una persona a loro completamente sconosciuta e che, secondo alcune ipotesi, poteva trattarsi di un uomo legato ai servizi segreti.
Ancora oggi, le indagini giudiziarie continuano a far emergere elementi sulla compiacenza e sulla connivenza di alcuni funzionari con la mafia. Il sistema e la cultura antimafia, oggi profondamente radicati nella società italiana e capaci di produrre importanti risultati, arrivano fino ai nostri giorni grazie al lavoro e alla dedizione di uomini come Paolo e di tanti altri. Numerose scuole e associazioni portano il suo nome. Anche l’aeroporto di Punta Raisi, a Palermo, lo ricorda insieme a Giovanni Falcone, così come molte strade, viali, aule e monumenti in tutta Italia.
Commenti